Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

La stanza dell’asfissia

La stanza dell’asfissia

Avete presente quando in sala giochi afferravate l’ennesima biglia al posto del panda gigante con la gru artiglio?

Ecco. Un fiammingo che vuole comprare casa si benda gli occhi, punta il dito sulla mappa, e ZAC! fa la sua scelta con la stessa precisione. Quando vi annuncia “ho comprato casa” un paio di settimane dopo avervi detto che la stava cercando, non chiedetegli in quale quartiere si trovi, ma piuttosto in quale regione.

È del tutto normale, fra fiamminghi, saltellare di cittadina in cittadina alla ricerca della casa dei sogni. Non importa alcun “fattore vicinanza” (che sia famiglia o al posto di lavoro); anzi, sembra quasi normale spostarsi in modo inversamente proporzionale ai luoghi di interesse. E così, tale leggerezza logistica crea il fenomeno della transumanza autostradale, noto a chiunque si interessi di mobilità belga. Chilometri e chilometri di auto in coda arroventano costantemente gli asfalti, una roba che nemmeno sul raccordo anulare di Roma il venerdì sera. E questo, per un popolo che si dichiara estremamente attenta all’impatto ambientale…

“Op appartament”

La prima vera casa è dunque quella da neolaureati. I cercatori li riconoscete facilmente: sono coppie dai 22 ai 24 anni che si aggirano frementi per agenzie immobiliari, con ancora addosso il profumo di alloro e della tesi fresca di stampa. Le esigenze potranno anche essere le più disparate, ma per tutti il must è uno: questo periodo della vita deve durare il meno possibile, poiché il tempo di permanenza in appartamento è considerato un passaggio forzato.

I fiamminghi sono infatti in qualche modo allergici agli appartamenti: c’è troppa promiscuità, scarsa privacy, manca il verde. Il fattore che determina quanto tempo ci resteranno è dettato dal seguente algoritmo: regolare fertilità di lei, velocità degli spermatozoi di lui, desiderio di accasarsi prima di kindjes kopen, di far figli. Dopo di che, si passa al livello successivo.

Interni alla fiamminga 

E così che i condomìni in Belgio sono generalmente abitati da giovanissime coppie, con la variante del neonato annesso se la prole è giunta prima del previsto. Costeggiando gli appartamenti al piano terra è possibile ammirare la seguente tipica scena di interni: scatole di cereali sul davanzale accanto a piante di spezie multiassortite; piccoli pigiamini stesi ad asciugare sopra consolle di Playstation; strumenti musicali di vario genere, proiettori e oggetti di giovanile design che si litigano lo spazio con seggioloni e fasciatoi. In questi luoghi, a metà fra la camera di un adolescente schizofrenico e il reparto “genitorialità alternativa” da catalogo Ikea, gli inquilini sono sbarbatelli con le camicie a quadrettoni e giovani mamme sprint che entrano ed escono con la bakfiets.

L’appartamento si troverà probabilmente vicino a una strada non trafficata, in un prefabbricato con le porte in cartongesso -giacché i ladri in Belgio non esistono- e con finestre sui passanti che definiremo “ad altezza culo”. In Belgio noterete infatti che gli edifici che danno sulla strada sono bassi, ma talmente bassi che, camminando sul marciapiede, con un colpo d’occhio distratto, potrete ammirare il ricamo sul runner del tavolo della sala, o questionare la scelta del programma in TV. E se le finestre arrivano al vostro ginocchio, le tende, come qualunque altro arredo, sono proporzionali alla funzionalità: si appendono rigorosamente scure e, di conseguenza, si chiudono solo quando serve, cioè la notte.

Perché un fiammingo deve avere assolutamente la privacy della casa singola, ma può rimanere in costante mondovisione.

La stanza dell’asfissia 

Altre caratteristiche immancabili dell’appartamento sono due camere, una open kitchen, a volte un microterrazzo -dove, attenzione, è rigorosamente vietato esporre stendini e capi ad asciugare -, pareti colorate, ma soprattutto l’immancabile “stanza dell’asfissia”. 

La stanza dell’asfissia è quel tocco folkloristico che farà sorridere i parenti in visita e singhiozzare gli italiani emigrati. Definiamo “stanza dell’asfissia” uno spazio di 0,5x1m in cui troneggia un water, posto in maniera tale che, quando vi sedete per utilizzatlo, le vostre ginocchia toccheranno comodamente la porta. Questo ampio spazio è poi coronato da un minuscolo lavandino, in cui l’area per lavarsi le mani è larga quanto la cruna di un ago. Evidentemente è fatto per mani a misura di gnomo. Domina infine un grande assente: non sto parlando del bidè, ma del vano finestra.

Nella versione sadica, manca anche l’aspiratore. “Tanto c’è il profumatore! Ricordati di spruzzarlo quando esci”. E così, immancabilmente, uscirete avvolti da un misto di Gelsomino giapponese e eau de (vôtre) merde .

Regole d’utilizzo

Prendiamo la seguente situazione tipo: una sera l’italiano emigrato viene invitato a cena dal fiammingo medio. Verrà certamente servito qualcosa in suo onore, tipo gli spaghetti alla bolognese, conditi da chili di cipolla e porro. A un certo punto, dopo innumerevoli avvisaglie gassose, l’italiano si troverà davanti tre possibilità: 

  1. fingere di aver già cenato e non toccare più cibo nemmeno in preda ai crampi, in modo da evitare capatina alla stanza dell’asfissia;
  2. sperare che il tragitto degli spaghetti verso l’intestino sia inesorabilmente lento;
  3. se le due opzioni precedenti non sono applicabili, sperare nell’efficacia del deodorante manuale. Gli AirWick automatici belgi, infatti, devono essere programmati per spruzzare il getto proprio mentre l’italiano si sta chinando chiudere l’asse del water, accecandolo di netto.

Ricapitolando

Se vi capita di dover far visita alla stanza dell’asfissia, tenete a mente queste tre cose fondamentali: 

  1. pregate di sapere direzionare con maestria la caduta del vostro grave;
  2. ringraziate se vostra madre vi ha fatto fare il corso di nuoto con apnea in età prescolare;
  3. ricordatevi di ingiuriare in italiano, preferibilmente dialettale.

Sappiate, infatti, che lo zio Jan sarà sempre appostato dietro la porta, in attesa del suo turno.

E sentirà tutto.

L’olezzo, le emissioni sonore e i vaffanc…

La Kotmadam

La Kotmadam

Quando, alla tenera età di 18 anni, il fiammingo medio lascia l’ovile materno per l’università, si trasferisce per la settimana corta nella più vicina città studentesca. Lì si apre per lui una nuova fase della vita, l’attesissima stagione del kot.

Che cosa è il kot

Definiamo ‘kot’ una struttura a metà fra il dormitorio, l’ostello e il collegio, dove il giovane pargolo possa sentirsi protetto ma non buttato in pasto alla fiera vita adulta, essendo dotato di cameretta singola ma cucina in comune. Siccome nel kot ciascuno ha la sua stanza e una cucina minimale dotata di microonde con pane fresco sempre a disposizione, la formula costituisce, in poche parole, il primo passo verso l’indipendenza adulta, poiché garantisce confini sicuri e allontana tutto il sottobosco di problemi di chi si appresta alla vita adulta: sub-affitti non pagati, proliferazione di blatte e feste clandestine, piantine di marijuna e parties selvaggi. Tutti temi ben noti allo studente fuori sede italiano e a conseguentemente ai locatari.

It’s kot season!

Originariamente creato per rendere il passaggio fra la vita adolescenziale e la vita giovanile vera e propria un po’ meno doloroso, in realtà il kot per le giovani matricole è sinonimo di sbronze colossali, sperimentazioni culinarie, incontri clandestini. Tuttavia, quello che solitamente stupisce il forestiero, è che tale struttura a volte sia ad accesso riservato alle persone dello stesso sesso, quando non dal coprifuoco.

È così che, non appena terminato l’anno scolastico, noterete carovane di famiglie che assaltano le città universitarie in cerca dei tipici cartelli “affittasi kot”; tali gruppi si muovono silenziosi come spie russe nella guerra fredda e localizzano, rapidi ed efficienti, la struttura migliore. Attenzione: la migliore non è quella più sicura e nemmeno quella più vicino alla stazione, ma quella di cui sarà stata più convincente la “kotmadam”.

De Kotmadam

La Kotmadam è l’equivalente della gattara italiana, solo che non ha i gatti e ha notoriamente un gentile piglio hitleriano. Signora in genere sulla sessantina, corpulenta, rigorosamente zitella, sulla carta ha il ruolo di “portinaia” del condominio, ma di fatto assurge al rango di “supervisora di qualunque dettaglio della vita privata dei kottari”. Elenchiamo di seguito le sue mansioni:

  • selezione di estranei all’ingresso del kot- leggasi possibili partner.
  • controllo delle regole della sana convivenza civile -leggasi: niente scrocconi di pane, niente donzelle succinte, niente droghe.
  • esecuzione delle pulizie delle stanze- leggasi: l’ispettrice della vita sessuale dei kottari.
  • sorveglianza del coprifuoco- leggasi: etilometra.

In pratica è marescialla della mondanità, inquisitrice dell’oggettistica, pettegola più informata di un Alfonso Signorini sull’ultimo fidanzato di Belen Rodriguez. In confronto, Alessia Marcuzzi conosce meno dettagli sui partecipanti della casa del Grande Fratello.

Promiscuità nel kot

Joris ancora mi racconta della sua leggendaria kotmadam degli appostamenti che la signora faceva dietro la porta della cucina: con abilità felina cercava di capire dal rumore dei passi sulle scale se qualcuno stesse scendendo a cena, per poi farsi casualmente trovare in cucina per poter tempestare il malcapitato di domande invadenti e controlli furtivi. Guarda caso, nella settimana in cui lei era di corvées per le pulizie, si assisteva alla sistematica sparizione di caramelle e di cioccolatini dai cassetti personali. La signora Marie era poi teneramente (e nemmeno troppo velatamente) sensibile al fascino del corpo maschile. Ne diede prova quella volta che irruppe nella camera di uno dei giovani più prestanti del kot, dopo che il malcapitato aveva introdotto furtivamente una fidanzata la notte prima: al mattino, al bussare insistente della kotmadamesulla porta, il poveretto aveva distintamente urlato: “NON entri, Marie!”

Naturalmente lei entrò trionfante, cogliendo la coppia seminuda in atteggiamenti non molto equivoci. 

Epica fu la sua angelica risposta: “Ops, avevo capito ENTRI!”.

Ancora oggi non è chiaro se il suo fosse un maldestro tentativo di avvistare qualche centimetro di virilità in più, o se sentisse il bisogno di controllarne con mano la misura.

Si sa mai che non rientrassero negli standard del kot.

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