Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

Les Frites, c’est chic!

Les Frites, c’est chic!

Al frietkot

La scena si svolge più o meno così.

Entrate. Venite investiti da una ventata di calore e da un odore di fritto che vi fa ambientare subito: il servizio sarà veloce, ma non abbastanza da evitare  che abiti e capelli ne portino l’olezzo quando uscirete. 

Ordinate. Il commesso ripete l’ordine all’inserviente, in genere donna: molte famiglie trovano ancora il business nei frietkots. Lei misurerà la quantità di patatine richieste nell’apposito contenitore (grande, medio, piccolo); lui afferrerà le patatine precotte, giacenti su una specie di mensola di alluminio, le getterà nel mare della friggitrice. Mentre sfrigolano, vi delizierete con tutte le stranezze che il frietkot espone.

Mica solo patatine!

Crr crr crr

Le patatine sfrigolano felici, tuffate in un oceano di grasso.

Notate che sul balcone giacciono spiedini più o meno rosseggianti, alette di pollo, crocchette di pollo, dita di pollo (mi hanno assicurato che sono solo polpettine impanate, lunghe quanto un dito, ma diciamo che sarei pronta a scommetterci il mio di dito, se si trattasse davvero di solo pollo…). Hamburger, costoline, wurstelini e wursteloni: tutto rigorosamente impanato. Alla ‘frituur’ vi impanerebbero anche il portafoglio che voi non ve ne accorgereste: notereste solo che il colore dell’impanatura varia in una gradazione misteriosa fra il giallo indiano e l’arancio zucca. E poi ci sono quei chili e chili di cipolla affettata che giacciono intermi, pronti a essere sciorinati a mò di condimento su ciascuna di queste pietanze, come zucchero a velo su una crostata… misteriosa perdizione belga, che promette aliti profumati e nottate scoppiettanti. 

Vorrei delle “French” Fries..

Scrinch scrinch scrinch. 

È il rumore del triplo salto carpiato della patatina, saltata nella ciotola con un tuffo da gamberetto.

 Avete deciso, ordinate delle “French fries”. Ecco. Non c’è cosa che faccia infuriare un fiammingo più di quell’aggettivo: “French”. Pronunciate queste parole, e state sicuri di scatenare uno tsunami.

Le patatine fritte NON sono francesi! rivendicherà rabbioso il venditore. Consiglio: meglio non addentrarsi MAI nell’ennesima débâcle linguistica belga: prima fiamminghi e valloni si litigavano le università, oggi l’orgoglio nazionale passa attraverso 8 cm di tubero fritto.

Bene, se riuscirete ancora a farsi servire, sappiate che il vostro grado di integrazione si misurerà in base a quello che ordinerete al frietkot. Ordinate French Fries? Turisti. Ordinate un saté? Siete sulla buona strada. Volete stupire il fiammingo di turno? Chiedete senza vergogna una ‘Groot Frietjes alstublieft, met kruiden’: avete appena chiesto delle patatine speziate. Già, perché un elemento fondamentale della cucina fiamminga sono proprio le spezie: quali, nessuno lo sa. Non c’è, come per le altre nazioni, una spezia identificativa. Si tratta di mix come ‘Chili en paprika’(piccante) ‘Kipkruiden’ (spezie per il pollo, a base di pepe), Pepermix (miscela di pepe, sì il pepe è un elemento fondamentale della cucina belga). Concludendo, tutto ciò che è un po’ piccante e non ben identificabile è qualificato come “spezia fiamminga”. Si vede che la nazionalizzazione in ambito spezie è una costante: come quella volta che Joris mi chiese di portargli le famose “autentiche spezie italiane” dall’Italia. 

Carne da macello

Flush flush flush

Il fruscìo del sale tritato e sgranellato finemente a cascata…

Ordinate fricandelles? Siete masochisti, chissà che c’è dentro! Un triangolino? Non volete sapere quale sia il misterioso ingrediente del mix di carote, cipolla e pasta morbida. E ancora garnaalkroketten, crocchette di gamberi, bitterballen, letteralmente “le palline amare” (misteriose crocchette di carne lessa), curryworst, “wurstel al curry”, meglio ancora se nella variante “speciaal” (pollo, macinato, uovo, pangrattato, aglio e cipolla mixati insieme con aggiunta di ‘spezie fiamminghe’). Ordinate una boulette? Siete certamente valloni sotto copertura.

Salse is the new ambrosia

Squiz squiz squiz

La salsa spremuta dal dispenser, come una spuma di gel sulla permanente appena fatta.

Mentre siete ancora imbambolati nel capire se mai vi lancerete al di fuori del vostro “una frite e basta” (ordine che, fra gli amici, vi stanerà subito come neoimmigrati: “ma come, per te niente carne?”, e voi non sapete proprio come dirglielo che il nome “carne” vi sembra un po’ generoso), ecco il momento più bello dell’esperienza: quello in cui l’inserviente scola le patatine nell’altro cesto, fa sgocciolare (ma non troppo) il grasso in eccedenza, le riversa in un grande paniere a forma di cono, le fa saltare ancora quattro o cinque volte nel sale. Il suono dell’attrito delle patatine a contatto con l’alluminio produce una musica unica per le orecchie, e l’effetto setaccio che vi farà sbavare fino a casa. 

Un cono è per sempre

Craft craft craft

Lo sfrigolio della carta che avvolge generosamente la vaschetta, pronta per essere portata via, come l’incarto di un meraviglioso mazzo di fiori.

Bene, siete pronti: prelevate il vostro ordine dal banco. Attenzione però: le patatine scottano, quindi afferrate con cautele il sacchetto, appositamente bucherellato affinché il calore non le afflosci. Se avete scelto l’opzione da passeggio uscirete col famoso cono. Che aspettate? Avete già riempito i ciotolini di salsa samurai, curry ketchup, pepersaus, tartara, americana, all’aglio, al barbecue? Ah non sapevate di poterscegliere fra così tante? Beh, troppo tardi…. 

Infine, non fa alcuna differenza quale misura di frietes avrete ordinato: saranno sempre troppe. Leggenda narra che a un italiano che riuscì a finire la sua porzione di grote frites sia comparso Obelix in persona, a profetizzargli l’imminente occlusione delle coronarie.

A tutta birra!

A tutta birra!

Een pintje, alstublieft

Mettetevelo in testa: se non bevete birra, non sarete mai uno di loro.

E non avete neanche scuse, perché per ordinare in neerlandese una birra basta un solo mignolino. Il gesto universale nelle Fiandre per farsi servire una birra è infatti il seguente: sollevate la mano destra, chiudete il resto delle dita a pugno, alzate mignolo proprio come il Galateo vieta, rannicchiatelo in su e in giù. Magicamente, vedrete comparire sul bancone een pintje, una birra semplice.

Birra e religione

La birra è una sorta di religione in Belgio. Costa meno di 33 cl di acqua.

Tanto per capirci, 33cl non sono nemmeno abbastanza per lavare via una macchia sul colletto, forse servono a malapena per sciogliere un analgesico in acqua. Una bottiglietta di acqua SPA ad esempio costa 3,50 € contro gli 1,80 € di una Jupiler.

Però c’è un però: occorre anche saperla bere con arte, una birra. Anzi, direi che è essenziale al processo di integrazione. A me ci sono voluti tre mesi per abituarmi allo stomaco gonfio e 3 anni per imparare a versarla correttamente. Non è mica facile trovare l’angolo di inclinazione giusto del bicchiere per ottenere i famosi tre centimetri di schiuma. E ho raggiunto la consapevolezza che una vita non mi basterebbe per apprendere come spillare una birra belga artigianale con maestria. Mica per niente una sera, al cospetto di tutti gli amici in un pub, feci perdere una scommessa al povero fidanzato, orgogliosamente convinto che avessi ormai appreso i segreti del malto fiammingo…

La birra è quasi un rito di passaggio di un buon fiammingo per l’ingresso nell’età adulta: occorre infatti dimostrare di saper già reggere decine e decine di birre. Un belga al primo anno di università deve senza dubbio dare sfoggio di poter alzare molti mignoli. Ma se vi recate sul sito di qualunque nota compagnia belga produttruce di birra, dovrete inserire la vostra data di nascita per assicurare di essere maggiorenni.  Il che è quantomeno curioso, se non addirittura contraddittorio.

Sei birrificato?

Da emigrata semi-astemia, per garantirmi un posto a tavola, mi votai a quella birra della cui fermentazione sentivo l’odore fino a casa. Quando abitavo a Leuven, infatti, due passi mi distanziavano dall’imponente fabbrica della Stella Artois. Rientrare sul treno della sera e avvistare lo stabilimento era  così diventato un tuttuno, un po’ come avvistare San Luca dall’A14 per chi abita a Bologna. Inalare l’odore greve e pungente il martedì sera, quando la birra veniva “gebrouwen”, “birrificata”, significava essere a casa.

[Nota di colore: Non sono certa che birrificare esista in italiano, ma la parola neerlandese non l’ho mai dimenticata.  A una delle prime feste di famiglia, domandai fieramente al cugino serioso “ben jij gebrouwen?” invece di “ben jij getrouwd?”. Per me suonavano allo stesso, peccato che tradotto suonava “sei birrificato?” invece di “sei sposato?”.

Birra da abbazia

Sul numero di birre belghe esistenti troverete cifre diverse: da 800 a 1000, dicono gli esperti. Ho detto che io, che esperta non sono, ho sempre e solo bevuto la ‘pintje’ per eccellenza, la Jupiler. Invece i Belgi producono circa due miliardi di litri di birra l’anno, di cui il 60% viene esportato. Le birre più apprezzate sono le sei famose trappiste, che prendono il nome dai frati che le producono. Non prestate orecchie (e occhi, e palato) ai tanti che ne usurpano il nome: al mondo esistono solo undici birre che possono essere definite trappiste, sei delle quali sono appunto belghe (Achel, Chimay, Orval, Rochefort, Westmalle e Westvleteren). Per essere dichiarate tali, non solo devono essere prodotte dai frati in persona, ma in più il loro ricavato deve essere donato in beneficenza; tutte le altre sono semplici “birre da abbazia”. Non pensate che mi sia documentata in rete, tutto questo l’ho appreso in gita scolastica durante il mio anno di insegnamento in collegio: se da noi i bambini vengono portati in visita alla Pinacoteca, da loro è d’obbligo la gita all’abbazia, non per apprendere i segreti dei benedettini o dei cistercensi, ma quelli del malto e della fermentazione.

Bellezze in vetro

 

Dunque, c’è la Leffe bionda dalle sinuose bollicine dorate, servita in ampollosi bicchierini; la Bruna, dal sapore forte e dal colore ambrato; la Rossa, la birra per le donne dal sapore di ciliegie; l’Orval, quella che riconosco solo per il simbolo di un pesce sull’etichetta; la Duvel: ogni volta che viene ordinata con entusiasmo, penso che sia entrata nel pub la squadra di calcio nazionale (i“Rode Duivels”); la Chouffe dal colore ambrato, con lo gnomo che cerca le margherite; la Rochefort, il cui nome mi ricorda ogni volta un formaggio francese; la Blanche de Namur, dagli eleganti caratteri gotici che accosto sempre al titolo della Bella Addormentata nel Bosco; la Delirium tremens, quella con l’elefantino rosa, altresì simbolo di una nota attrazione bruxelloise (il Delirium cafè); la Kwak, col suo tipico boccale, che, quando la versi, ti si spatacca sul muso producendo l’onomatopeico “kwak”; e ancora la Tripel Karmeliet, che in Italia mi diverto sempre a ordinare in lingua fiamminga per gettare nel panico la cameriera; e per finire la Rodenbach, dal nome così nordico che mi richiama scenari di cattedrali e cospirazioni (“Bevi, Rosmunda..!”).

Nella loro splendida varietà, tutte hanno una caratteristica in comune: vanno rigorosamente abbinate al boccale giusto. Non per niente per i Belgi la birra è “de glazen boterham“, letteralmente “un panino in vetro”, che significa piuttosto “il cibo comune, da gustare ogni giorno”.

Metri di birra, autostrade di birra, birra e bici

Questa la vera e propria sfilata di bellezze che i giovani fiamminghi imparano ad accarezzare sin dalla tenera età: mentre noi siamo ancora lì che ci bulliamo per un Bacardi Breezer bevuto alla goccia, loro si organizzano con i “metri di birra”, particolari confezioni in cartone in cui collocare ordinatamente dieci bicchieri di birra, per poterli così portare al tavolo agli amici. Chi si reca al bar paga un giro per tutti: in questo modo è più difficile tenere conto delle 16-17 birre a testa che riescono a scolarsi prima di dichiararsi “un po’ brilli”.

Altro numero da caffè: il bierpong, il gioco ormai conosciuto anche al di qua delle Alpi. Si dispongono bicchieri di birra pieni a mo’ di gioco del saltarello, e ci si diverte a centrarli con una pallina da ping pong: chi lo centra beve (se la pallina cade a terra rotolando nel lerciume del bar, ancora meglio! “Quel che non ammazza ingrassa”, direbbe mia nonna, e certe massime sono evidentemente internazionali). Per non parlare della fierezza del Fiammingo Medio che, nelle estati migliori, può dedicarsi a lunghe reclusioni per produrre la propria birra. Di tutti i matrimoni fiamminghi a cui sono andata, quelli col gadget esposto più fieramente erano proprio quelli in cui la coppia di sposi donava come bomboniera “La birra home-made”.

Per concludere, l’aneddoto migliore: in Belgio l’ossessione per la birra e il suo primato trovano realizzazione nella “autostrada della birra”, un birradotto di tre chilometri realizzato a Brugge nel 2015; tuttavia, l’invenzione che in genere l’italiano medio trova più esilarante è quella che combina le due più grandi passioni fiamminghe, la birra e la bici. Il “bier-fiets” è infatti un mega risciò a pedali con una dozzina di posti, che funziona grazie alla forza muscolare dei suoi cavalieri (di solito un gruppo di aitanti giovani intenti a celebrare un addio al celibato), i quali possono comodamente gustarsi birra a volontà mentre pedalano, appoggiati a un bancone del bar semimovente. E pensate: si possono anche noleggiare in occasione di matrimoni!

A proposito di matrimoni, l’orgoglio fiammingo di massimo livello non si ferma alla birra artigianale come bomboniera: in un solo anno, sono stata a ben due matrimoni in birrificio presso il de Hoorn a Leuven

Del resto -direbbe sempre mia nonna- “la birra fa latte”!

Un caffè, per favore.

Un caffè, per favore.

Gewone koffie

Un belga entra in un bar italiano per un caffè.

“Vorrei un gewone koffie. 

“Vuole un espresso?” 

“No espresso, un gewone, semplice” 

“Ah, questo qui è straniero. Allora le faccio un lungo.

“No, un caffè gewone, un “normale”! 

“Allora le do l’acqua calda così se lo allunga lei.

“No lungo, normale…”.  Il Belga Medio mima la quantità, usando il pollice e l’indice per realizzare una C con le due dita, a indicare la quantità gradita in tazzina. Lo spazio fra le due dita è MOLTO ampio.

“Ma se non vuole l’americano allora gli faccio un doppio, a questo qui…” 

“Doppio no, troppo straf, forte! Il vostro caffè italiano è già straf!” 

“Beh, è un doppio…

“Un espresso con la crema di latte.1 

“Ma allora vuole un latte macchiato?” Il barista mima con entrambe le mani una lettera che più che una C sembra una T, ovvero un beverone. Alla perplessità del belga, per cui improvvisamente il caffè da minuscolo è diventato un frappè, il barista sciorina tutte le opzioni possibili.

“Vuole un macchiato caldo? Un caffè corretto? Un mocaccino? Un caffelatte? Lo vuole con una spolveratina di cacao? Basta che non mi chieda un cappuccino, che sono già le quattro!”

Ed è lì che il belga medio timidamente confuso si illumina, spalanca gli occhi e proclama a gran voce:

Cappuccino, sì!”.

Non può che finire con un barista che impreca contro l’abitudine barbarica di ordinare un cappuccino fuori orario, e con il belga che si lamenta di quanto il caffè italiano sia troppo corto, e che al posto del biscottino ci sia quell’inutile bicchierino d’acqua gassata.

 

Ordinare un caffè in Belgio

Un italiano entra in un bar fiammingo per un caffè.

Ik zou graag een koffie willen, alstublieft”, dice tutto fiero, d’un fiato.

Probabilmente gli è uscito l’equivalente dello scioglilingua “tigre contro tigre”, sbiascicato con una mentina in bocca e la erre moscia. Di conseguenza, la risposta sarà l’indicazione per la toilette. Perchè riuscire a farsi capire è davvero la cosa più difficile dell’operazione “prendiamo un caffè al bar”.

Intanto: i “bar” non esistono. Ci sono i pub, o i baracchini da asporto tipo Panos. Fine della storia. Per contro, la complessità fono-sintattica è compensata dalla semplicità disarmante della scelta.

In Belgio, un caffè è semplicemente un “gewone koffie”. Letteralmente: “un caffè abituale”. Non esistono simpatiche varianti: prima vi abituerete alla monotonia, meno dolorosi saranno gli intermezzi su Youtube, ogni volta che parte la pubblicità di Lavazza. Perché Youtube lo sa, che voi soffrite.  

Il biscottino!

Il gewone koffie sarà sempre e ovunque un liquido color steppa dell’Indonesia (per tonalità) all’aroma di foresta pluviale (per quantità d’acqua). La carica di questo caffè equivale, naturalmente, a quella di un Pocket Coffee o di una Zigulì al guaranà, dopo che avete guidato da Milano a Gallipoli senza sosta: è un simpatico e inutile diversivo, a cui non credereste nemmeno sotto effetto placebo.

In Belgio questi 50 ml di liquido marrone scuro vengono serviti in una tazza ordinaria di mezze dimensioni e sono accompagnati da un biscottino monoporzione al sapore di Speculoos. Al massimo, potrete insaporire il tutto con uno spruzzetto di cremina, una sottospecie di latte condensato in mono porzione. Signori e signore, ecco a voi il massimo di personalizzazione di gewone koffee, il caffè “normale”!

Il Belga medio ne beve a colazione, al brunch, in pausa, nel thermos, alle macchinette, col panino. Ingerendone, in media, un litro al giorno, ma rimanendo fermamente convinto del fatto che “il caffè italiano è troppo forte”. 

Siete a pranzo a casa dei suoceri? Ecco, al massimo potrebbero chiedervi se gradite un goccio di latte vero al posto della cremina, ma scordatevi di pasteggiare con acqua: non potrete sfuggire al caffè, riproposto a ogni pietanza.

Siete alle macchinette automatiche? Occhio a non scottarvi con il bicchiere in plastica.

Siete in una riunione di lavoro? A un certo punto farà la sua comparsa un thermos grigio, da cui fuoriesce del fumo copioso che neanche il kalumè del Brucaliffo. La temperatura del caffè qui si aggira fra i 4 e i 5000 gradi.

Siete al Colryut? Leggete qui quello che accade. 

Voi novelli emigrati allora starete pensando: “Ma io chiedo un espresso, li frego tutti”.

Provateci pure, miei giovani, ingenui expat.

Nel migliore dei casi avrete pagato un paio d’euro in più, e bevuto il fondo bruciato di un caffè tostato al momento. Nel peggiore, avrete solo pagato un paio d’euro in più per la metà del liquido.

Pane, amore e fantasia

Pane, amore e fantasia

Il pane “tipico”

 

Ordinare del pane nelle Fiandre per un italiano è come ordinare un caffè in Italia per un fiammingo: si crede che sia un’operazione semplice, si incappa in una serie di domande inaspettate, e si finisce per uscire con una crostata alle more al posto del pane in cassetta.

In una panetteria fiamminga la prima sfida è rimanere lucidi: provateci voi, con le narici tempestate dalla fragranza delle pagnotte, inebriate dall’aroma dolciastro della crema chantilly. (La seconda sfida è quella di non chiamarla ‘chantilly’ davanti a loro, perché per i fiamminghi si tratta di ‘pudding’, con buona pace degli Inglesi). Mentre, completamente storditi, starete cercando di mettere a fuoco la quantità e la qualità del pane, un’efficientissima commessa dal capello corto vi accoglierà con un “Mevrouw….?”[1]dal tono così imperativo che vi farà sentire già in difetto.

Mille gusti più uno

 

In Belgio non c’è tempo per le chiacchiere dal panettiere. E così, mentre ancora cercate di ricordare e decifrare il tipo di pane che avete comprato l’ultima volta, vi troverete a non saper scegliere fra la forma (grande o piccolo, rettangolare o quadrato, tondo, oblungo, elicoidale); il tipo di farina (bianca, grigia, bruna, integrale, color collezione Armani 2018 altresì nota come Tortora ambrosiana); il condimento (multigrani, multisemi, multicereali, multi-quella cosa lì che a me sembrano formiche), il tipo di semi (di papavero, di zucca, di noci, pinoli o quel “becchime per uccelli, grazie”). Per finire, avete pure quegli aggettivi accessori che son un po’ come le spezie: sai che esistono gli abbinamenti perfetti, ma alla fine li usi sempre un po’ a cazzo. Sto parlando di “speciale”, “del contadino”, e il tanto misterioso quanto celebre “pane tigrato”.

Pane Geppetto

 

Certo, potreste anche ordinare il salvifico “houthakkers brood”, il “pane del falegname”. Pane Geppetto, come lo chiamavo io. Semplice, pulito lineare. Si tratta di un pane che, come dice Joris “ha scopato una baguette francese”- attenzione, mai pronunciare la parola baguette nelle Fiandre: se proprio la vorrete, vi daranno uno “stokbroodche sì, è esattamente la stessa cosa, ma con l’unico nome consentito. Ve la serviranno con un sorriso che tradisce l’invito a infilarvelo in posti dove non batte il sole, perché vuoi mettere un pane vallone contro uno fiammingo?

Dicevamo: il pane Geppetto è il più semplice perché non ha aggettivi aggiunti. Bene, provate prima a pronunciarlo correttamente, poi mi farete sapere se è così facile. Solo una volta, grazie al solito metodo “post-it appiccicato sul cellulare”, sono riuscita a ordinare tutto d’uno fiato il seguente mantra: ‘PANE DEL CONTADINO GRIGIO, RETTANGOLARE, TIGRATO, MULTI-CEREALI MA SENZA NOCI E CON SEMI DI ZUCCA, DOPPIAMENTE COTTO, GRAZIE”. Naturalmente ho dimenticato di chiedere ‘non tagliato’.

Ora.

Chiedere il pane tipico belga “non tagliato in comode fette dallo spessore maniacalmente perfetto” equivale a comprare un’auto senza volante: sembra che i fiamminghi non possano poi usarlo. Se volete fare gli originali, tanto vale tingetevi le sopracciglia di rosa, ma NON comprate il pane non affettato! Il fiammingo a cui lo servirete vi guarderà come si guarda chi esce dall’Ikea col carrello vuoto, ovvero come se foste un marziano.

Affettatrici e sacchetti

 

Quella volta, infatti, che ho osato chiedere il pane tipico “non affettato” ho avuto la sensazione che l’intero negozio si fermasse e mi guardasse con aria sospetta. E dire che ci avevo messo tutto il mio impegno a imparare la pronuncia del participio passato del verbo hakken. Ero entrata, avevo guardato il mio post-it come si guarda l’immagine della Beata Vergine di San Luca, avevo preso fiato e coraggio e ordinato un “brood niet gehakt!

A giudicare dal silenzio calato di botto, pensavo di aver fatto un Saluto al Fuhrer.

Incartai furtivamente la mia pagnotta e corsi a casa nella vergogna più totale. Quando pensavo di averla ormai scampata, intravidi lo stesso sguardo riprovevole sul volto dell’amico che ospitavamo a cena. Servo il pane al centro del tavolo nel mio bel portapane Mulino Bianco. Accosto il coltello con la sega della collezione Bastianich. Incalzo l’amico a servirsi quanto pane preferisce. Costui inarca il sopracciglio e con un misto fra la preoccupazione e l’orrore si rivolge a Joris: “Ma il pane non è tagliato!!!” … Ancora oggi per lui sono “l’italiana strana che non fa affettare il pane”.

Quindi, datemi retta: individuate un pane facile da pronunciare, fatevelo tagliare dal panettiere, fatevelo imbustare in quel sacchettone trasparente che producono solo il Belgio -non può che essere così, visto che gode dell’ ossimoro “ti conservo il pane fresco e asciutto ma mi rompo appena un italiano mi sfiora”.

E no, non provate nemmeno a pensare di riuscire a conservarlo integri: anni e anni di training non vi daranno MAI il tocco giusto. Questa dote è riservata solo al FDN (Fiammingo Di Nascita), che saprà non solo scegliere e acquistare un pane multiaccessoriato in pochi secondi a seconda del languorino, ma saprà anche richiudere il sacchetto ad arte.

Arrotolerà i lembi,  farà uscire tutta l’aria, vi guarderà sornione e sospirerà fiero: “Il nostro pane tipico, così semplice e genuino!”

[1]Equivalente al nostro “Signora…?”, anche conosciuto nella variante ‘A chi toccaaaaa?’, dispiegato a larghi decibel nelle pasticcerie emiliane.

Surgelati senza frontiere

Surgelati senza frontiere

Se volete farvi un’idea della logica fiamminga non serve effettuare un tour delle Fiandre, basta farne uno nel reparto freezer del Colruyt.

Croccantini per gatti e detersivi per piatti, tè alla pesca con le bollicine, carta igienica formato riserva Covid, frutta secca e assorbenti: troverete tutto assortito in questo ordine, con una disposizione che rispetta la logica del Cappellaio Matto e un’esposizione proporzionale all’imprevedibilità. Filo da sarta? Accanto alle noci. Guanti da giardinaggio? Dopo i succhi di frutta. Punto a favore sono i gustosi snack a distribuzione gratuita, dove si offrono alle vostre dita, in maniera del tutto inattesa, quantità illimitate di chips al chili, Tuc al pepe nero, olive marinate all’aglio, morsetti di biscotti. Ovviamente non saprete resistere, e alla fine del giro vi sentirete come un babbo Natale dentro la palla di vetro quando un bambino si diverte a scuoterla.

Il caffè belga

Naturalmente, l’assaggino a cui non si può mai resistere è quello del caffè caldo.

L’illusione del sapore di casa, la sensazione di tepore lungo l’esofago, il tutto in un supermercato che, per atmosfera, rasenta quella di un bunker russo nella guerra fredda? Una combo irresistibile. Gli italiani ci cascano tutti, ma proprio tutti, epperò una volta sola. Si renderanno conto infatti troppo tardi che il tepore è piuttosto un’ondata di calore pari a quella di Pompei prima dell’eruzione vesuviana. Del resto, la sfumatura della brodaglia color acquerello marrone intinto nel bicchiere avrebbe dovuto mettevi in guardia, eppure…

Proseguite così mesti mesti verso la corsia “cartoleria per la scuola e decorazioni natalizie”, solo perché sapete che lì ci sono le noccioline d’arachidi al wasabi all you can eat.

Made in Italy

Fra pasta Benito e ragù ItaliaMo -mi stupisco sempre della mancanza dell’olio Balilla- sarete finalmente giunti al banco frigo, il cui trionfale ingresso è preceduto da una porta con frange di plastica, che fanno tanto forno bolognese anni Sessanta.

Il motivo della porta a fronzoli vi sfugge finché non agguantate il primo pomodoro a sinistra. La temperatura, nella zona frutta e verdura, si aggira fra i -5 e +2 gradi. In pratica vi ritrovate in un gigantesco igloo. Nel cesto dei fagiolini, il rischio che vi si stacchi una falange è reale; all’altezza delle mozzarelle, vi renderete conto che non appartenete più alla specie dei primati dal pugno opponibile. Mentre iniziate quindi la corsa contro il tempo per non andare in ipotermia, una decina di bambini vi sarà passata accanto in canottiera e sandalini (in qualunque stagione, del resto la stagionalità in Belgio è una convenzione del calendario).

Decidete rapidamente che no, le zucchine non sono poi così fresche, che gli asparagi stanno troppo in alto, che i pomodori sono troppo pallidi e pesche troppo dure; le mele vanno benissimo confezionate e gli yogurt al gusto “melangrana e avocado”. In pratica, da quando vivrete in Belgio inizierete a mangiare con la varietà della mensa delle scuole elementari ma con gusti ed accostamenti esotici; per contro, avrete assaggiato ogni variante di Philadelphia possibile -giacchè, complice la fretta, la probabilità che afferriate quello “normale” è pari a zero.

Percorso a ortaggi

E così per necessità o virtù, diventerete campioni settimanali di “corsa alla spesa”.  Con un paziente allenamento progressivo, io sono arrivata a un record di un minuto e 47 secondi di permanenza nella cella iperbarica.

Di seguito i miei accorgimenti collaudati negli anni: giubbotto da sci legato in vita; passamontagna; carrello pronto all’uscita dell’area frigo; sacchettini per le verdure portati da casa; polpastrello inumiditi -sia mai che le buste di plastica si incollino fra loro! Ma soprattutto, immancabile è aver studiato il “percorso a ortaggi”, meglio se progettato sulla cartina mentalmente ricreata a casa e imparata a memoria. Il risultato migliore ovviamente si raggiunge in due: a quel punto la poca dispersione di calore corporeo è garantita. Ricordo serate con Joris passate a studiare il piano come una rapina in una banca. Poi si va in azione. Ci si apposta fuori e si ripassa tutto: “mentre io agguanto le banane, tu afferri le uova; con l’altra mano impili gli affettati sulla testa alla maniera africana, e in un colpo solo riesci a prendere anche i limoni formato famiglia, così siamo a posto per il resto del mese. Se non ti fai distrarre dagli assaggini di formaggio, ne siamo fuori incolumi”.

E’ da quando sto con Joris che ho capito perché a “Giochi senza frontiere” il Belgio arrivava sempre primo nelle gare a tempo.

In macelleria: moduli e polpette

In macelleria: moduli e polpette

 Non si capisce perché, ma i fiamminghi hanno una predilezione per le corsie strette.

In autostrada, quando i SUV ti sorpassano ai 150 all’ora, sembra che facciano a gara per arrotarti gli specchietti; nelle vie cittadine, dove le auto sono parcheggiate a lato della strada, guidare diventa una gincana fra soste, attese e un gran gesticolare, che prima di aver capito chi ha diritto di precedenza si fa in tempo ad ottenere la cittadinanza belga. Non fa una piega, quindi, che anche al supermercato le corsie siano più strette della larghezza di due carrelli. Ne consegue che guidare un carrello al Colruyt significhi varcare un Mezzogiorno di Fuoco, ogni volta che in corsia si incontra qualcuno proveniente dal senso opposto di marcia.

Vi apprestate a iniziare la vostra spesa armati di buone intenzioni e con i polsi ben saldi. Alla corsia uno siete tutti un sorriso, un “prego passi pure”, più docili di Fra’ Cristoforo. Alla corsia tre già siete leggermente irritati con la donna sulla cinquantina che sta leggendo la lista degli ingredienti delle confezioni di biscotti da più di dodici minuti. Alla corsia cinque siete tentati di affondare le mani nei cesti delle praline e aprirvi un varco a furia di sassate. Ma ammettiamo che riusciate a mantenere una velocità di crociera di 0,5 km all’ora, che non abbiate incastrato il vostro carrello in quello di un altro, e che siate passati indenni lungo le prime tre corsie di alcoolici senza ubriacarvi con gli shottini: vi troverete così nel reparto “Beenhouwerij”, macelleria.

La carne, orgoglio nazionale

La carne: il grande orgoglio nazionale belga, se escludiamo frites-birra-cioccolato (a meno che non abbiate un fegato allenato come il loro, è impossibile sopravvivere con questa triade). Al banco carne troverete hamburger di fresca pressa, costate di manzo grandi quanto il relitto del veliero di Jack Sparrow, distese di salsicce ordinatamente riposte tipo i 56 Stabilo nelle valigette Giotto, bisteccone alla Flintstones, tagliate al pepe verde, rosa, nero… insomma, un ben di dio così fresco da mettere alla prova il primo dei vegetariani. Il tutto viene sezionato sotto i vostri occhi ma non confezionato, perché il Belgio è plastic-free da tempo. I numerosi macellai si adoperano al di là del banco con un fare assorto; in sottofondo si ode il ronzio affilato delle affettatrici e il tonfo sordo dei batticarne. Ma l’udito è prontamente sopraffatto dalla vista degli stuzzichini-omaggio. Mi avvicino con l’acquolina in bocca, mentre alla memoria affiorano ricordi di quando accompagnavo mia nonna in macelleria solo per avere i salamini gratis (naturalmente finiva che mi rimpinzavo le guance con cubetti di mortadella dal bancone quando nessuno guardava, ma questa è un’altra storia). Ecco che la mia aspettativa è ben presto delusa: gli stecchini, qui, mostrano grossi wurstel bianchi infilzati, salsicce puntinate di dubbi pallini neri, salse sconosciute. Passo oltre con lo sguardo sconsolato e deluso.

“Dit” e “dat”

Staziono al banco della carne in attesa che qualcuno mi serva, mentre mi ripeto come un mantra la corretta pronuncia di dit dat (“questo” e “quello”, le parole fondamentali per procacciarsi cibo se non conosci ancora la lingua). Verifico anche che il mio dito punti sul vetro nella direzione giusta: si sa mai che mi porti a casa una lingua di toro al posto del petto di pollo. Solo dopo esser stata ignorata per un quarto d’ora abbondante, mi accorgo che ci sono degli appositi scrittoi in un angolino: ogni tanto vedo qualcuno che si accosta, scribacchia un foglio che credevo essere il flyer delle offerte, lo appoggia ripiegato su una pila e se ne va ordinatamente. Mi rendo conto che l’oggetto della silenziosa processione è un apposito volantino per gli ordini– se volantino si può chiamare un modulo che, dispiegato, ha le dimensioni di un aquilone. Per una che suda quando deve ripiegare una scheda elettorale, non vi dico l’ansia da prestazione: quando finalmente riesco a cimentarmi col modulo gigante, mi trovo davanti a una marea di codici che non avevo mai visto nemmeno al ristorante giapponese. Non c’è uno straccio di immagine, sembra il codice di Hammurabi. Ed è così che, andando a casaccio con le mie basi di inglese, francese e tedesco, intuisco che le categorie debbono essere qualcosa tipo ‘volatili’, ‘carne di manzo e maiale’ e ‘preparati’. Il resto però, rimane un mistero.

Caccia primordiale

Procacciarsi una bistecca in Belgio è diventata così un’impresa durata mesi. La prima volta ho effettuato un ordine tenendo aperto Google translator e Google immagini sul cellulare, incappando allegramente in foto di carcasse di animali morti e petizioni a sostegno delle foche artiche. Dopo questa fatica, proprio quando credevo di esser riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che il numeretto preso all’eliminacode andava trascritto sul modulone e conservato debitamente sul carrello per il ritiro (ricordate la clip-porta spesa? ecco a cosa serviva!). La cantilena che risuonava ogni due minuti in tutte le corsie altro non era che nome e numero dei clienti con ordini piazzati al banco: per me, naturalmente, non era che una litania senza significato. Senza contare che il numeretto lo avevo accartocciato con la gomma da masticare, quindi non mi era rimasto che scappare velocemente in cassa, abbandonando clandestinamente il mio ordine al suo destino.

La seconda volta è stata mesi dopo, dopo aver pazientemente accettato i tempi tecnici per conoscere i numeri in olandese. Cosa non scontata, visto che le cifre suonano al nostro orecchio come un ottovolante di gutturali, soprattutto perché sono pronunciate al contrario (prima l’unità poi la decina). Quando finalmente credetti di essere in grado di interpretare la voce dell’altoparlante, presi coraggio e ordinai sul famoso modulone 300gr di prosciutto cotto pensando “HAM è facile, come in inglese, chi mi frega a me?”. Risultato: tornai a casa con 300 grammi di prosciutto tagliati in un’unica fetta.

Per la terza volta dovevo avere tutto sotto controllo: al corso di olandese ci avevano fornito il vocabolario gastronomico, avevamo giocato “al supermercato” con le carte da memory, padroneggiavo tutte le formule di cortesia, sapevo a memoria i dialoghi. Mi sentivo in una botte di ferro, ma, per star sicura, mi ero portata da casa anche un post-it appiccicato sul portafoglio con tutti i nomi dei vari tipi di insaccati e di carne. Mi sono lanciai quindi in “500 gr di carne di manzo, tagliato sottile per favore”. Già salterellavo per le corsie pregustandomi una cena a base di straccetti all’aceto balsamico, quando mi sentii ripetutamente chiamare all’altoparlante del supermercato: “La signora ROSSA è desiderata al banco carne”. Dal tono, pensavo mi estradassero. Mi sentii apostrofare che il mio ordine era “fuori standard” perché “la carne tagliata sottile non è possibile averla.” “Perché?” “Perché tagliarla sottile è pericoloso per l’operatore.”

E quindi è finita che ho mangiato nuggets di pollo surgelati per mesi, che il kebabbaro sotto casa mi ha fatto la tessera fedeltà e che, al mio primo rientro in Italia, mi sono letteralmente commossa davanti al banco carne dell’Esselunga.

Certo, sarà anche vero che la carne fiamminga è più tenera della nostra, il punto è che è più facile procurarsela cacciando una lepre con una balestra.

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