Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

Winter is coming

Winter is coming

In una botte di freddo

Arrivai in Belgio il 23 febbraio 2012.

Mi ero preparata per settimane a quell’importante momento: sapevo che avrei dovuto affrontare il caos linguistico, la sfida immobiliare, l’assenza di volti conosciuti, persino l’adattamento gastronomico. Ingenuamente, credevo di essere pronta anche alle temperature nordiche e il freddo inverno belga. Ero, come tutti i migranti, destinata ad essere disillusa quanto Bugo al Festival di Sanremo ‘20.

Crioterapia e Cocito

Il ricordo del freddo di quei primi giorni è talmente scolpito nella mia memoria che, ancora adesso, al solo pensiero mi vengono tre dita di pelle d’oca e un brivido lungo la spina dorsale. Giuro, sarà stato che non ero pronta, sarà stato l’entusiasmo deluso, sarà che non conoscevo il sapiente uso delle pancere e dei collant a 280 denari, ma sono certa di non aver mai sentito più freddo in vita mia. Al secondo posto ci metto solo il safari in Botswana su una jeep scoperta, alle 5 del mattino, con 3 gradi, vestita con una canottiera e degli shorts; a seguire, il trattamento alla crioterapia che mi regalò un’amica prima del matrimonio. Fra parentesi: se pensate che la ceretta inguinale o la spremitura pori rientrino fra le sofferenze estetiche peggiori, è evidente che non avete mai provato la crioterapia. Se Dante fosse vissuto oggi, non avrebbe posto Bruto, Cassio e Giuda nel Cocito, ma nella vasca crioterapica del Salon de Beautè.

Ho il naso gelato…

Dicevo, resta un dato di fatto: al primo posto per me c’è comunque l’inverno del 2012 nelle Fiandre. In Italia venne giù una nevicata memorabile, di quelle da far chiudere le scuole per settimane. Mentre mi arrivavano le foto del Nettuno innevato, i colli bolognesi diventavano immacolate piste per gli slittini, le macchine parcheggiate degli igloo arrotondati, io mi barcamenavo per Leuven, rimpiangendo di non aver messo in valigia del grasso di foca. Ecco, io, in quei primi giorni in Belgio, a chiunque mi chiedesse come andava, rispondevo balbettando la famosa scena della Carica dei 101, col cuccioli che cammina controvento in una tempesta neve: “ho il naso gelato, la coda gelata, le orecchie gelate, le zampe gelate”…

Una dose di buriana, grazie

Immaginate un freddo così pungente e penetrante che vi faccia persino dubitare – Dio, perdonami per quello che sto per dire- della tenuta del Woolrich col pelo.

Quel freddo che vi fa rimpiangere di aver buttato i calzettoni di lana fatti a maglia dalla zia Pina.

I dorsi delle mani che si spaccano fino a sanguinare, nonostante l’Eucerin spalmata come se non ci fosse un domani.

L’aria così pungente che i vostri bronchi inalano, a ogni respiro, l’equivalente di un pacchetto di Ricola all’Eucalipto e Vick Vaporub messi insieme.

La sensazione di camminare pari a quella che si prova tenendo due ghiacci istantanei al posto degli adduttori.

Le calzamaglie pesanti da sci, i geloni alle dita dei piedi, il viso immobilizzato sulla stessa espressione. Il naso perennemente viola, colante.

A un certo punto penserete che non siete progettati per reggere le temperature nordiche: niente, deve essere qualcosa che non rientra nel vostro DNA, come a dire: non c’avete proprio gli anticorpi. Ci vorrebbe un vaccino contro il freddo belga: una dose di buriana, un po’ di cellule antipioggia, linfociti con i Moonboots, insomma, robe così. Magari, passato il Coronavirus, lo proponiamo alla Pfizer, può essere una valida idea di marketing.

Beyond the Wall

Questo è stato il mio approccio con il Belgio.

Le serate in cui tornavo a Leuven, mesta mesta sul mio bus delle 22.04, sembravano finire in una lunga nube di foschia gelida, in cui anche i pensieri mi si paralizzavano mentre le dita si staccavano dentro i guanti, tipo Polaretti Dolfin. In fondo alla strada, quando finalmente infilavo le chiavi sulla porta dell’androne, mi sentivo come John Snow ale porte della barriera, scampato all’ennesimo attacco dei White Walkers. Ecco, io a quei -14 gradi pensai di non sopravvivere, che non ci sarebbe stato un secondo inverno in Belgio. E invece il primo si rivelò solo essere “il più freddo degli ultimi 50 anni”.

Joris rientrava con la bicicletta alle 22, indossando il suo miglior sorriso e un semplice un giubbotto di pelle. Lui bel bello, guance un po’ arrossate e quello sguardo da “il piumino è solo un accessorio antipolvere”, faceva fatica a distinguere l’ammasso di vestaglie, tisane e scaldamuscoli che trovava sul suo divano. Naturalmente ero io che, abbarbicata al termosifone, maledicevo il Belgio e il vento nordico, mentre lui mi apostrofava ridendo “Ma cosa vuoi che sia, per un po’ di freschino!”.

La vendetta è fredda (?)

Ah, ma ho avuto la mia vendetta. Qualche giorno prima del nostro matrimonio, da me sadicamente pianificato il 6 luglio in Italia (tanto per essere sicuri di non aver problemi con l’abito scollato, il ricevimento all’aperto, le foto nei campi di fiori ecc.), le previsioni davano 42 gradi e un Libeccio da far impallidire un beduino. Joris consultava compulsivamente ilmeteo.it, mentre si accaparrava ventilatori portatili da imboscare nel taschino del black tie e sniffava dosi massicce di Polase. Ma io a quel punto lo apostrofavo ridendo: “Ma cosa vuoi che sia, per un po’ di caldino…”

Perchè la vendetta contro un belga non può che essere servita calda.

50 sfumature di grigio

50 sfumature di grigio

Il meteo in Belgio

Aprite gli occhi, vi girate verso la luce che filtra dalla finestra. Goccioline invisibili decorano il vetro della vostra stanza. Pioviggina: e fin qui, nulla di strano per il meteo in Belgio. Il barometro segna 5 gradi, temperatura altrettanto normale ad aprile, se non addirittura ottimista. Perciò vi vestite utilizzando quei soliti tre capi che vivono ormai di vita propria, appoggiati sulla sedia della camera: maglia a maniche lunghe, pullover, giacchetta leggera, impermeabile waterproof, cappellino.

Waterproof is a state of mind

Attenzione, ho detto cappellino.

Se in Italia eravate del team “il cappello mi fa sembrare Sampei, non Audrey Hepburn”, da quando vivete in Belgio avete riscoperto l’utilità di un capo che credevate adatto solo ai matrimoni inglesi. Peccato che qui non stiamo parlando di Borsalino color pervinca od eucalipto, quanto piuttosto di un modello trovato nell’uovo di Pasqua del ’99. Un pork-pie nero, con fodera arancione, lucido, tascabile e pieghevole. Perché? Perché è WATERPROOF.

Già dopo vostro primo mese in Belgio avevate capito che l’ombrello è una suppellettile pratico quanto un’oliera da tavola regalata alla suocera fiamminga: il suo inutilizzo è pressoché garantito. I Belgi NON usano l’ombrello. Hanno la giacca waterproof, il cappellino waterproof, il coprizaino waterproof, persino il sellino copribici waterproof, ma l’ombrello non rientra nella dotazione dell’abbigliamento tipico. Del resto, a che servirebbe un ombrello in un Paese dove piove solo più di 200 giorni all’anno?

Dal lato sbagliato di Narnia

Abbandonata l’idea di sfoderare un look da coniglio pasquale, uscite quindi vestiti nel solito modo, ma con un tocco impavido, il pantalone di raso: dopotutto è primavera!

… Una raffica di vento vi investe, facendovi volare via il pork-pie, stampandovi la mutanda sul culo e appiccicandovi tutti i capelli al lucidalabbra (ora ricordate perché il 90% delle belghe non utilizzi il make-up). Procedete comunque imperterriti verso la fermata dell’autobus, sentendovi come Pimpy nell’episodio in cui Winnie the Pooh deve recuperarlo dall’impiglio dei rami. Raggiunta la stazione con uno sforzo sisifico, percorrete il sottopassaggio che vi porta al binario del treno. Ma attenzione: sbucando dal tunnel, nel tempo del salto di una ranocchia vedrete che le nuvole avranno lasciato spazio a un cielo leggermente velato.

Mentre vi chiedete se non abitiate al lato sbagliato di Narnia, vi mettete col viso quanto meno esposto al sole, nella speranza di colmare il deficit di vitamina D. Peccato che qui il sole “splenda”, nell’unica accezione nordeuropea del verbo, ovvero “campeggia nel cielo un disco pallidissimo che emana luce senza scaldare”. Non importa, voi siete così commossi che iniziate timidamente a sudare dall’agitazione. Il barometro segna ora 13 gradi. Vi sfiora l’idea di togliervi uno dei famosi strati “a cipolla”, quando, ad un tratto, assistete al miracolo belga.

Miracolo belga

Definiamo “miracolo belga” il verificarsi di quella condizione atmosferica tale per cui a un repentino e raro mutamento meteorologico corrisponde un proporzionale fenomeno antropologico-sociale, che qui chiameremo per semplicità “tana libera tutti”.

“Tana liberi tutti” funziona così: ristoranti che spalancano le verande come ali di pellicani, tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi che si spiegano sui dehors, tavolini all’aperto che compaiono con la velocità di una tenda Quechua da lancio. Ci manca solo Biancaneve con la torta di mele e un’aureola di uccellini, e penserete davvero di aver battuto la testa.

Nel tempo in cui vi sarete tolti il famoso strato, le strade, i parchi, le aiuole saranno più gremite di un bazar marocchino: orde di universitari si sono già riversati a fiotti sulle vie cittadine, masnade di uomini in giacca e cravatta hanno abbandonato gli uffici, e c’è persino chi si arrotola le maniche e leva le scarpe con l’intento di prendere sole sull’erba. I Belgi sembrano infatti sempre alla ricerca di un nuovo record: aver raggiunto un incarnato da aragosta nel minor tempo possibile.

A piedi nudi nel parco

Mentre vi chiedete se “A piedi nudi nel parco” sia il titolo di un film o uno stile di vita, vi sentite un po’ pirla a esitare a togliervi il foularino salva-gola. Ma state certi che, quando lo farete, vi arriverà fra capo e collo una scarica di grandine. E non provate a lamentarvi ora per quel fastidioso ticchettio di palline grandi quanto i pisellini Findus! Saranno ben meglio dei chicchi grossi come olive, tipici delle grandinate italiane di Ferragosto…?

Del resto, il lato positivo della variabilità metereologica belga è proprio questo: raramente qui un fenomeno atmosferico raggiunge gli eccessi. Niente monsoni, temporali estivi, bufere di neve o caldi torridi. Su tutto regna l’imperante, incombente ma rassicurante grigiume, le cui nuances oscillano fra l’ardesia e l’occhio di talpa, l’antracite e il color pongazza.

Cinquanta sfumature di grigio

Perché GRIGIO è uno state of mind, in Belgio. Nemmeno l’aruspice di Ottaviano Augusto sarebbe in grado di indentificare l’ora del giorno o il mese dell’anno osservando la volta celeste. Il grigiume è una sorta di cappa onnipresente, che rende impossibile definire stagione o ora. È così che, nell’arco di una giornata, avrete preso un po’ di pioggia, un bel po’ di vento, un po’ di sole, un po’ di grandine.

And repeat.

Mentre rincaserete imprecando perché il vostro pantalone setoso si è di nuovo chiazzato più rapidamente di un bambino con la varicella, avrete ben chiari tre precisi assiomi:

  1. i fiamminghi sanno godere di ogni raggio di sole più in fretta di quanto non sappiano scolarsi una pintje. In pratica funzionano a sistema fotovoltaico.
  2. Cinquanta sfumature di grigio” non è il nome di un celebre romanzo soft-porn, ma la definizione dell’orizzonte belga per i secoli dei secoli a venire, amen.
  3. Non importa come si è vestito: ogni mattina un italiano in Belgio si alza e sa che tornerà a casa bagnato.

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