Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

Een pintje, alstublieft

Mettetevelo in testa: se non bevete birra, non sarete mai uno di loro.

E non avete neanche scuse, perché per ordinare in neerlandese una birra basta un solo mignolino. Il gesto universale nelle Fiandre per farsi servire una birra è infatti il seguente: sollevate la mano destra, chiudete il resto delle dita a pugno, alzate mignolo proprio come il Galateo vieta, rannicchiatelo in su e in giù. Magicamente, vedrete comparire sul bancone een pintje, una birra semplice.

Birra e religione

La birra è una sorta di religione in Belgio. Costa meno di 33 cl di acqua.

Tanto per capirci, 33cl non sono nemmeno abbastanza per lavare via una macchia sul colletto, forse servono a malapena per sciogliere un analgesico in acqua. Una bottiglietta di acqua SPA ad esempio costa 3,50 € contro gli 1,80 € di una Jupiler.

Però c’è un però: occorre anche saperla bere con arte, una birra. Anzi, direi che è essenziale al processo di integrazione. A me ci sono voluti tre mesi per abituarmi allo stomaco gonfio e 3 anni per imparare a versarla correttamente. Non è mica facile trovare l’angolo di inclinazione giusto del bicchiere per ottenere i famosi tre centimetri di schiuma. E ho raggiunto la consapevolezza che una vita non mi basterebbe per apprendere come spillare una birra belga artigianale con maestria. Mica per niente una sera, al cospetto di tutti gli amici in un pub, feci perdere una scommessa al povero fidanzato, orgogliosamente convinto che avessi ormai appreso i segreti del malto fiammingo…

La birra è quasi un rito di passaggio di un buon fiammingo per l’ingresso nell’età adulta: occorre infatti dimostrare di saper già reggere decine e decine di birre. Un belga al primo anno di università deve senza dubbio dare sfoggio di poter alzare molti mignoli. Ma se vi recate sul sito di qualunque nota compagnia belga produttruce di birra, dovrete inserire la vostra data di nascita per assicurare di essere maggiorenni.  Il che è quantomeno curioso, se non addirittura contraddittorio.

Sei birrificato?

Da emigrata semi-astemia, per garantirmi un posto a tavola, mi votai a quella birra della cui fermentazione sentivo l’odore fino a casa. Quando abitavo a Leuven, infatti, due passi mi distanziavano dall’imponente fabbrica della Stella Artois. Rientrare sul treno della sera e avvistare lo stabilimento era  così diventato un tuttuno, un po’ come avvistare San Luca dall’A14 per chi abita a Bologna. Inalare l’odore greve e pungente il martedì sera, quando la birra veniva “gebrouwen”, “birrificata”, significava essere a casa.

[Nota di colore: Non sono certa che birrificare esista in italiano, ma la parola neerlandese non l’ho mai dimenticata.  A una delle prime feste di famiglia, domandai fieramente al cugino serioso “ben jij gebrouwen?” invece di “ben jij getrouwd?”. Per me suonavano allo stesso, peccato che tradotto suonava “sei birrificato?” invece di “sei sposato?”.

Birra da abbazia

Sul numero di birre belghe esistenti troverete cifre diverse: da 800 a 1000, dicono gli esperti. Ho detto che io, che esperta non sono, ho sempre e solo bevuto la ‘pintje’ per eccellenza, la Jupiler. Invece i Belgi producono circa due miliardi di litri di birra l’anno, di cui il 60% viene esportato. Le birre più apprezzate sono le sei famose trappiste, che prendono il nome dai frati che le producono. Non prestate orecchie (e occhi, e palato) ai tanti che ne usurpano il nome: al mondo esistono solo undici birre che possono essere definite trappiste, sei delle quali sono appunto belghe (Achel, Chimay, Orval, Rochefort, Westmalle e Westvleteren). Per essere dichiarate tali, non solo devono essere prodotte dai frati in persona, ma in più il loro ricavato deve essere donato in beneficenza; tutte le altre sono semplici “birre da abbazia”. Non pensate che mi sia documentata in rete, tutto questo l’ho appreso in gita scolastica durante il mio anno di insegnamento in collegio: se da noi i bambini vengono portati in visita alla Pinacoteca, da loro è d’obbligo la gita all’abbazia, non per apprendere i segreti dei benedettini o dei cistercensi, ma quelli del malto e della fermentazione.

Bellezze in vetro

 

Dunque, c’è la Leffe bionda dalle sinuose bollicine dorate, servita in ampollosi bicchierini; la Bruna, dal sapore forte e dal colore ambrato; la Rossa, la birra per le donne dal sapore di ciliegie; l’Orval, quella che riconosco solo per il simbolo di un pesce sull’etichetta; la Duvel: ogni volta che viene ordinata con entusiasmo, penso che sia entrata nel pub la squadra di calcio nazionale (i“Rode Duivels”); la Chouffe dal colore ambrato, con lo gnomo che cerca le margherite; la Rochefort, il cui nome mi ricorda ogni volta un formaggio francese; la Blanche de Namur, dagli eleganti caratteri gotici che accosto sempre al titolo della Bella Addormentata nel Bosco; la Delirium tremens, quella con l’elefantino rosa, altresì simbolo di una nota attrazione bruxelloise (il Delirium cafè); la Kwak, col suo tipico boccale, che, quando la versi, ti si spatacca sul muso producendo l’onomatopeico “kwak”; e ancora la Tripel Karmeliet, che in Italia mi diverto sempre a ordinare in lingua fiamminga per gettare nel panico la cameriera; e per finire la Rodenbach, dal nome così nordico che mi richiama scenari di cattedrali e cospirazioni (“Bevi, Rosmunda..!”).

Nella loro splendida varietà, tutte hanno una caratteristica in comune: vanno rigorosamente abbinate al boccale giusto. Non per niente per i Belgi la birra è “de glazen boterham“, letteralmente “un panino in vetro”, che significa piuttosto “il cibo comune, da gustare ogni giorno”.

Metri di birra, autostrade di birra, birra e bici

Questa la vera e propria sfilata di bellezze che i giovani fiamminghi imparano ad accarezzare sin dalla tenera età: mentre noi siamo ancora lì che ci bulliamo per un Bacardi Breezer bevuto alla goccia, loro si organizzano con i “metri di birra”, particolari confezioni in cartone in cui collocare ordinatamente dieci bicchieri di birra, per poterli così portare al tavolo agli amici. Chi si reca al bar paga un giro per tutti: in questo modo è più difficile tenere conto delle 16-17 birre a testa che riescono a scolarsi prima di dichiararsi “un po’ brilli”.

Altro numero da caffè: il bierpong, il gioco ormai conosciuto anche al di qua delle Alpi. Si dispongono bicchieri di birra pieni a mo’ di gioco del saltarello, e ci si diverte a centrarli con una pallina da ping pong: chi lo centra beve (se la pallina cade a terra rotolando nel lerciume del bar, ancora meglio! “Quel che non ammazza ingrassa”, direbbe mia nonna, e certe massime sono evidentemente internazionali). Per non parlare della fierezza del Fiammingo Medio che, nelle estati migliori, può dedicarsi a lunghe reclusioni per produrre la propria birra. Di tutti i matrimoni fiamminghi a cui sono andata, quelli col gadget esposto più fieramente erano proprio quelli in cui la coppia di sposi donava come bomboniera “La birra home-made”.

Per concludere, l’aneddoto migliore: in Belgio l’ossessione per la birra e il suo primato trovano realizzazione nella “autostrada della birra”, un birradotto di tre chilometri realizzato a Brugge nel 2015; tuttavia, l’invenzione che in genere l’italiano medio trova più esilarante è quella che combina le due più grandi passioni fiamminghe, la birra e la bici. Il “bier-fiets” è infatti un mega risciò a pedali con una dozzina di posti, che funziona grazie alla forza muscolare dei suoi cavalieri (di solito un gruppo di aitanti giovani intenti a celebrare un addio al celibato), i quali possono comodamente gustarsi birra a volontà mentre pedalano, appoggiati a un bancone del bar semimovente. E pensate: si possono anche noleggiare in occasione di matrimoni!

A proposito di matrimoni, l’orgoglio fiammingo di massimo livello non si ferma alla birra artigianale come bomboniera: in un solo anno, sono stata a ben due matrimoni in birrificio presso il de Hoorn a Leuven

Del resto -direbbe sempre mia nonna- “la birra fa latte”!

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