Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

“La prima spesa in un paese straniero è sempre un’esperienza esilarante”, disse l’amico fiammingo venuto a recuperarmi da quella situazione imbarazzante, tentando così di porre rimedio alla mia cocente vergogna.

Prendi Lovanio e il parcheggio di un supermercato della periferia neanche troppo lontano da casa, ma abbastanza da dover chiedere aiuto. Prendi una povera italiana, abituata al piacere genuino del fare la spesa in un mercato di piazza o in un supermercato decisamente user-friendly. Unisci la rigidità delle norme non scritte belghe e l’efficienza fiamminga, e otterrai un’equazione imprevedibile: come restare ostaggio di un carrello.

La mia prima spesa all’estero non si concludeva con l’orgoglio di chi ha appena fieramente avviato una nuova quotidianità; niente espressioni incuriosite davanti a confezioni in una lingua sconosciuta, niente foto inviate ai connazionali per sbeffeggiare il tale affettato bislacco, piuttosto, una sconsolata neoimmigrata inchiodata al marciapiede di un parcheggio, con una montagna di provviste bastevoli per un paio di legioni romane e un carrello dietro il quale tentare di nascondersi. Mi era toccato di scoprire così che quella che in Italia è una normale abitudine -portarsi fino a casa il carrello del supermercato- in Belgio è considerato un tentativo di furto.

Col-rutto?

Ma andiamo con ordine. In terra belga esistono diversi tipi di supermercato: Carrefour, Delhaize, Aldi, Lidl, Albert Hein. A ognuno di questi corrisponde uno specifico tipo di cliente, a sua volta rispecchiata nell’esposizione della merce nel punto vendita.

Il numero 1 nelle classifiche di mercato e nella testa dei fiamminghi è certamente il Colroyt. Ora, vuoi per la nota avversione di un italiano alle consonanti laringali, vuoi per l’irresistibile piacere che proviamo nello storpiare tutto ciòche non suona abbastanza vocalico, il suddetto nome impronunciabile è diventato nel gergo di chi mi ha preceduto lo sdrucciolo COLEOTTERO, il dattilico COLRUTTO e per finire il meno prosaico CULO ROTTO, in un’escalation di degradazione verbale direttamente proporzionale al grado di frustrazione che ti sale quando ci fai la spesa. Il Colruyt è il supermercato fiammingo per eccellenza quanto a qualità, logica d’esposizione, tipologia dei prodotti. Come dice una mia cara amica connazionale emigrata, la verdura più venduta e rintracciabile in diverse specie e prezzi è la patata: tutto ciò che non è patata viene considerato esotico. Ma naturalmente è proprio in questo supermercato che sono stata indirizzata dagli amici fiamminghi che mi ospitavano per la prima spesa d’emergenza, sulle note d’entusiasmo di “è vicino, è di qualità ed è il più economico in assoluto!”.

Carrelli e pulcini

Cominciamo dal carrello. I carrelli sono lunghi un metro e mezzo e hanno il comodo asse ‘poggia-birre’, che in alternativa può essere usato come poggia-bambino. Non è infatti raro vedere Madre Fiamminga con trio di pargoletti biondo pulcino (il piccolo seduto al posto-bambino, quello in Italia più spesso utilizzato per la borsa, gli altri due rannicchiati sotto nell’apposito vano); in alternativa, se ci si imbatte nella variante Padre Fiammingo, in genere i bambini seguono il carrello a piedi, essendo questo debitamente riempito di casse di birra.

Altra peculiarità: la clip ‘porta-lista’. Perché fare la spesa è, come tutto il resto delle azioni di base della vita di un fiammingo, un’attività da svolgere in modo efficiente. Dimenticate il nostro girovagare per le corsie con il naso per aria: sarete immediatamente apostrofati da un poco gentile Excuseeeeeer[1]con la e prolungata adenotare visibilmente la costernazione per il vostro intralcio, quando non l’irritazione. Probabilmente stavate sostando in cerca di ispirazione? Cosa pensavate di trovare, un sacco di patate in caduta libera, manna dal cielo? Marsch, transitare! Naturalmente, non esistono liste abbandonate nelle apposite clip: e subito penso al cimitero di guanti per la frutta e sacchetti in plastica per la verdura giacenti, ormai cadaveri, nei nostri carrelli Coop. Nessuno, qui, dimentica qualcosa che potrebbe essere d’intralcio per il prossimo: primo segno di civiltà a cui tutti noi Italiani dovremmo inchinarci.

Ma ammettiamo che riusciate ad a raggiungere trionfalmente la cassa, dove cassieri e cassiere vi accoglieranno in piedi. Ora, la postura cui questi poveretti sono costretti dovrebbe già dirvela lunga sul loro umore, ma la pietà si trasformerà ben presto in frustrazione non appena scoprirete l’esilarante politica mantenuta alla cassa. Il vostro carrello pieno deve andare a posizionarsi esattamente accanto a uno vuoto: dovrete collocare le vostre buste già aperte nel carrello vuoto. Da quel momento in poi non vi sarà più dato di toccare la vostra merce (del carrello pieno) che verrà, nell’ordine, sollevata, scannerizzata, trasferita nel carrello vuoto secondo l’ordine arbitrario del cassiere stesso, per essere da lui inscatolata.

Serial shopper

Conosco persone che pagherebbero pur di avere qualcuno che imbusta per loro i prodotti della spesa -la maggior parte uomini probabilmente, nonostante mi risulti che l’unico supermercato italiano ad aver sperimentato il binomio cassiere-imbustatore sia fallito presto, visto che l’invenzione non faceva che allungare le code alle casse. Per me, invece, imbustare alla cassa è un modo per compiacermi dei miei acquisti, per sfogare il mio istinto compulsivo, per sfidare la velocità del cassiere in un agone all’ultimo sangue. Sì, se c’è una cosa su cui io sono vagamente seriale è proprio la sistemazione della spesa, in frigorifero come al supermercato. Ho il mio sistema: non esco mai senza la borsa per i prodotti frigo, quelli per i surgelti, quella per il ‘resto’ e infine i cartoni per le bibite. E’ una questione di principio, mi basta sentire il “beep” del primo prodotto e mi sale la competizione prepotente: più il cassiere passa i prodotti velocemente, più io imbusto a razzo, senza dargli modo di farli accumulare sulla pedanina.

Ecco, per me, non c’è frustrazione più grande di qualcuno che ti imbusta a suo modo la spesa. È come se mi annusassero e scompaginassero un libro appena comprato. È pura violazione del piacere. Eppure i fiamminghi, per evitare il problema di lenti imbustatori seriali, hanno abbinato la comodità alla loro proverbiale efficienza: sono i cassieri a giocare a Tetris con la vostra spesa, senza seguire alcuna logica contenutistica. Ogni prodotto diventerà un semplice tassello del puzzle, una forma interessante unicamente per l’aspetto anatomico. Il latte ha più stabilità da diritto o disteso? La scatola di cornflakes rovesciati o in piedi? E così, addio alla sfida, addio assortimento fuori frigo-dentro frigo, addio funzionalità per lo scaricamento della spesa, altro momento catartico per  noi donne finto indipendenti del XXI secolo: incastra una busta sottobraccio qui, mettine un’altra là, e “no grazie non ho bisogno di aiuto!”- a cui segue un sorriso impacciato e il frantumarsi di 8 uova bio sul cofano dell’auto. Nossignori, al Colroyt la mozzarella finisce in fondo perché “c’è un buchetto”, l’insalata vengono verticalizzata nell’angolino, tutto ciò che ha la forma di parallelepipedo viene impilato in una busta unica, che finisce per pesare quanto otto Rocci nell’edizione del 1920.

Io Jan, tu Mario

Dunque, al mio primo incontro con il cassiere del Colroyt -chiamiamolo genericamente Jan, che è il nostro “Mario”- io ero naturalmente ignara di tutto questo, così come ignoravo il fatto che non esistessero buste acquistabili alla cassa. Il poveretto tentava di spiegarmelo in inglese, ma forse io ero troppo impegnata a cercare di capire come avrei portato a casa tutta quella spesa per poterlo capire. Avevo così agguantato rapidamente cartoni vuoti di birra. Una volta fuori, mi resi conto che tutti quegli scatoloni non avrei ovviamente potuto infilarli sotto il braccio, nè tantomeno portarli a piedi a casa. Di lì a pensare di uscire dal Colroyt con il carrello il lampo fu immedito. E così, mentre varcavo il confine del parcheggio tutta pimpante, fra gli sguardi basiti degli astanti come se stessi facendo nudismo cittadino, assistetti all’agghiacciante sirena del carrello.

Un blocco così, in mezzo alla rampa d’uscita, tipo Willy il coyote quando si spegne la miccia del razzo proprio mentre sorvola il canyon. Il carrello era dotato di sistema antifurto: oltre un certo numero di metri dal supermercato il coso semplicemente frena, diventando più inamovibile del buttafuori del Pineta se non hai la camicia. Inutile dire che, dopo aver tentato di smuovere il maledetto aggeggio col dorso, col tacco, con entrambi gli avambracci, rimasi quasi quaranta minuti a fare la figura dell’italiana imbecille, appoggiata al marciapiede come una piccola, incivile fiammiferaia.

***

Per mesi consumai la mia rivincita. Bastava presentarsi al Colroyt con le buste di plastica dell’Esselunga per suscitare tutta la disapprovazione del nostro cassiere Jan. Perché se in Belgio per fare la spesa vanno per la maggiore le cassette in plastica ripiegabili ed ecologiche, immaginate come le grandi buste della spesa Esselunga spiazzassero tutti i cassieri. E così mi trovavo a sorridere beffardamente di tutti gli Jan e della loro espressione affranta, ogni volta che si cimentavano contro la sfida impossibile delle buste dell’Italiana. Vederli arrancare nel tentativo di fare Tetris con una superficie morbida leniva -anche se di poco- la sensazione di aver fatto la figura della ladrona.

[1]Trad. “Mi scuuuuuuuuusi?”

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