Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

 Non si capisce perché, ma i fiamminghi hanno una predilezione per le corsie strette.

In autostrada, quando i SUV ti sorpassano ai 150 all’ora, sembra che facciano a gara per arrotarti gli specchietti; nelle vie cittadine, dove le auto sono parcheggiate a lato della strada, guidare diventa una gincana fra soste, attese e un gran gesticolare, che prima di aver capito chi ha diritto di precedenza si fa in tempo ad ottenere la cittadinanza belga. Non fa una piega, quindi, che anche al supermercato le corsie siano più strette della larghezza di due carrelli. Ne consegue che guidare un carrello al Colruyt significhi varcare un Mezzogiorno di Fuoco, ogni volta che in corsia si incontra qualcuno proveniente dal senso opposto di marcia.

Vi apprestate a iniziare la vostra spesa armati di buone intenzioni e con i polsi ben saldi. Alla corsia uno siete tutti un sorriso, un “prego passi pure”, più docili di Fra’ Cristoforo. Alla corsia tre già siete leggermente irritati con la donna sulla cinquantina che sta leggendo la lista degli ingredienti delle confezioni di biscotti da più di dodici minuti. Alla corsia cinque siete tentati di affondare le mani nei cesti delle praline e aprirvi un varco a furia di sassate. Ma ammettiamo che riusciate a mantenere una velocità di crociera di 0,5 km all’ora, che non abbiate incastrato il vostro carrello in quello di un altro, e che siate passati indenni lungo le prime tre corsie di alcoolici senza ubriacarvi con gli shottini: vi troverete così nel reparto “Beenhouwerij”, macelleria.

La carne, orgoglio nazionale

La carne: il grande orgoglio nazionale belga, se escludiamo frites-birra-cioccolato (a meno che non abbiate un fegato allenato come il loro, è impossibile sopravvivere con questa triade). Al banco carne troverete hamburger di fresca pressa, costate di manzo grandi quanto il relitto del veliero di Jack Sparrow, distese di salsicce ordinatamente riposte tipo i 56 Stabilo nelle valigette Giotto, bisteccone alla Flintstones, tagliate al pepe verde, rosa, nero… insomma, un ben di dio così fresco da mettere alla prova il primo dei vegetariani. Il tutto viene sezionato sotto i vostri occhi ma non confezionato, perché il Belgio è plastic-free da tempo. I numerosi macellai si adoperano al di là del banco con un fare assorto; in sottofondo si ode il ronzio affilato delle affettatrici e il tonfo sordo dei batticarne. Ma l’udito è prontamente sopraffatto dalla vista degli stuzzichini-omaggio. Mi avvicino con l’acquolina in bocca, mentre alla memoria affiorano ricordi di quando accompagnavo mia nonna in macelleria solo per avere i salamini gratis (naturalmente finiva che mi rimpinzavo le guance con cubetti di mortadella dal bancone quando nessuno guardava, ma questa è un’altra storia). Ecco che la mia aspettativa è ben presto delusa: gli stecchini, qui, mostrano grossi wurstel bianchi infilzati, salsicce puntinate di dubbi pallini neri, salse sconosciute. Passo oltre con lo sguardo sconsolato e deluso.

“Dit” e “dat”

Staziono al banco della carne in attesa che qualcuno mi serva, mentre mi ripeto come un mantra la corretta pronuncia di dit dat (“questo” e “quello”, le parole fondamentali per procacciarsi cibo se non conosci ancora la lingua). Verifico anche che il mio dito punti sul vetro nella direzione giusta: si sa mai che mi porti a casa una lingua di toro al posto del petto di pollo. Solo dopo esser stata ignorata per un quarto d’ora abbondante, mi accorgo che ci sono degli appositi scrittoi in un angolino: ogni tanto vedo qualcuno che si accosta, scribacchia un foglio che credevo essere il flyer delle offerte, lo appoggia ripiegato su una pila e se ne va ordinatamente. Mi rendo conto che l’oggetto della silenziosa processione è un apposito volantino per gli ordini– se volantino si può chiamare un modulo che, dispiegato, ha le dimensioni di un aquilone. Per una che suda quando deve ripiegare una scheda elettorale, non vi dico l’ansia da prestazione: quando finalmente riesco a cimentarmi col modulo gigante, mi trovo davanti a una marea di codici che non avevo mai visto nemmeno al ristorante giapponese. Non c’è uno straccio di immagine, sembra il codice di Hammurabi. Ed è così che, andando a casaccio con le mie basi di inglese, francese e tedesco, intuisco che le categorie debbono essere qualcosa tipo ‘volatili’, ‘carne di manzo e maiale’ e ‘preparati’. Il resto però, rimane un mistero.

Caccia primordiale

Procacciarsi una bistecca in Belgio è diventata così un’impresa durata mesi. La prima volta ho effettuato un ordine tenendo aperto Google translator e Google immagini sul cellulare, incappando allegramente in foto di carcasse di animali morti e petizioni a sostegno delle foche artiche. Dopo questa fatica, proprio quando credevo di esser riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che il numeretto preso all’eliminacode andava trascritto sul modulone e conservato debitamente sul carrello per il ritiro (ricordate la clip-porta spesa? ecco a cosa serviva!). La cantilena che risuonava ogni due minuti in tutte le corsie altro non era che nome e numero dei clienti con ordini piazzati al banco: per me, naturalmente, non era che una litania senza significato. Senza contare che il numeretto lo avevo accartocciato con la gomma da masticare, quindi non mi era rimasto che scappare velocemente in cassa, abbandonando clandestinamente il mio ordine al suo destino.

La seconda volta è stata mesi dopo, dopo aver pazientemente accettato i tempi tecnici per conoscere i numeri in olandese. Cosa non scontata, visto che le cifre suonano al nostro orecchio come un ottovolante di gutturali, soprattutto perché sono pronunciate al contrario (prima l’unità poi la decina). Quando finalmente credetti di essere in grado di interpretare la voce dell’altoparlante, presi coraggio e ordinai sul famoso modulone 300gr di prosciutto cotto pensando “HAM è facile, come in inglese, chi mi frega a me?”. Risultato: tornai a casa con 300 grammi di prosciutto tagliati in un’unica fetta.

Per la terza volta dovevo avere tutto sotto controllo: al corso di olandese ci avevano fornito il vocabolario gastronomico, avevamo giocato “al supermercato” con le carte da memory, padroneggiavo tutte le formule di cortesia, sapevo a memoria i dialoghi. Mi sentivo in una botte di ferro, ma, per star sicura, mi ero portata da casa anche un post-it appiccicato sul portafoglio con tutti i nomi dei vari tipi di insaccati e di carne. Mi sono lanciai quindi in “500 gr di carne di manzo, tagliato sottile per favore”. Già salterellavo per le corsie pregustandomi una cena a base di straccetti all’aceto balsamico, quando mi sentii ripetutamente chiamare all’altoparlante del supermercato: “La signora ROSSA è desiderata al banco carne”. Dal tono, pensavo mi estradassero. Mi sentii apostrofare che il mio ordine era “fuori standard” perché “la carne tagliata sottile non è possibile averla.” “Perché?” “Perché tagliarla sottile è pericoloso per l’operatore.”

E quindi è finita che ho mangiato nuggets di pollo surgelati per mesi, che il kebabbaro sotto casa mi ha fatto la tessera fedeltà e che, al mio primo rientro in Italia, mi sono letteralmente commossa davanti al banco carne dell’Esselunga.

Certo, sarà anche vero che la carne fiamminga è più tenera della nostra, il punto è che è più facile procurarsela cacciando una lepre con una balestra.

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