Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

Il Belgio si mostra così al viaggiatore che si affaccia da una cabina d’aereo: campi verdissimi e tetti a punta.

Il piccolo Paese al centro del nostro continente che viene spesso definito come “cuore pulsante d’Europa” è quello che tutti ricordano per la sede della Commissione Europea, qualcuno per il Giro di Fiandre, nessuno per il turismo. Nella sua piccolezza si tratta di un Paese che spesso viene trascurato, forse perchè offrirne un’immagine in una sola pennellata è davvero difficile. Tradurre in parole le contraddizioni del Belgio è infatti davvero un’impresa degna di Oudini.


La questione linguistica

Cominciamo dall’annosa questione linguistica. In Belgio ci sono tre lingue nazionali, che però non corrispondono a quelle più parlate. Ne(d)erlandese, il Francese e il Tedesco, a ben guardare diventano

  • Fiammingo, dialetto figlio dell’ufficiale Olandese,
  • Vallone, un Francese sporco e masticato
  • e l’onnipresente Inglese.

Questa convivenza però va di pari passo con le difficoltà di mediazione e il primato di supremazia. Prendete, ad esempio, un incontro fra un Fiammingo e un Vallone -ammetto di non aver mai potuto godere del privilegio di assistere a una tale circostanza, giacché i due Belgi in questione sono sempre salvati dal fatto che, in mia presenza, debbono scegliere l’Inglese per causa mia. La realtà dei fatti è però che questo li salva da una imbarazzante e tutt’altro che risolta questione: qual è la lingua che comanderebbe, fra i due? L’elegante, di antiche origini, nobil francese o il volgare, recente, contadino, nederlandese? E che dire del fatto che, sebbene quasi tutti i fiamminghi mastichino il francese (che detestino farlo o se ne vergognino è un altro paio di maniche), mentre pochi sono i valloni a saper parlare (e soprattutto pronunciare in una forma comprensibile) il neerlandese?


Le contraddizioni

Seconda contraddizione: il Belga adora l’organizzazione, ma ne è profondamente frustrato; quindi, appena potrà, scapperà verso un qualunque Paese del Sud dove si respiri un clima di vacanza, dove potrà ordinare la pizza con il vino e dove i treni facciano ritardo per davvero. Per poi tornarne profondamente colpito dalla disorganizzazione, dalla sporcizia, dalla ristorazione, dai litigi per strada ad alto volume, dall’incubo dei parcheggi, dalle abitudini incivili. E lamentarsi dei propri ritardi ferroviari.

Terza contraddizione: il Belgio è un Paese estremamente all’avanguardia. Parità di genere conclamata, politiche sociali degne di qualunque terra nordeuropea, svariate possibilità lavorative, servizi funzionanti, efficienza, pulizia, educazione. Insomma: un sogno. Eppure, nel retaggio culturale, a chi ha l’occasione di andare un po’ più in profondità, non sfuggirà un’eredità tradizionalissima, uno zoccolo duro reazionario che si applica soprattuto al modo in cui vengono concepite le relazioni orizzontali (uomo-donna) o verticali (padri-figli), nonché alle piramidi sociali e alle gerarchie lavorative; per finire, alle occasioni, ai rituali, ma soprattutto alle convezioni sociali, strettamente codificate.


“Come si vive in Belgio?”

Ecco dunque che questa domanda mi spiazza sempre, dal momento che riassumere in poche parole la qualità della vita in Belgio, descriverne la varietà dei costumi, o individuare l’ambigua identità del Belga Medio è un po’ come tegen de maan plassen, letteralmente “fare pipì contro la luna”[1]. Quindi di solito rispondo alla domanda con un eloquente silenzio, un allargamento di braccia, una prossemica a metà fra il “bè, sai” e il “eh, sapessi” e in genere questo basta a dissuadere il mio interlocutore. Poiché rispondere a una domanda come questa, soprattutto in poche parole, è molto più che una scommessa: significa dipingere il grigiore del meteo belga e la brillantezza del mercato lavorativo, il rigore fiammingo e la freschezza bruxelloise, il tutto nello stesso momento.

Come potrà dunque sopravvivere allora l’Italiano in questione, emigrato in Belgio con valigia e sogni, al tentativo di capirci qualcosa di questo complicato Paese? Dopo un primo facile entusiasmo per la varietà delle birre, per la pulizia delle strade, per l’apparente cordialità degli abitanti, dopo essersi fatto beffe del meteo e delle sue repentine variazioni, dopo aver acquistato una bicicletta e aver imparato a dire “Aangenam” o “Je suis Italienne”, ecco, dopo qualche tempo inizierà a sentirsi un po’ spaesato dall’incapacità di afferrare e comprendere a fondo l’essenza della cultura belga. Si sentirà quindi disorientato, verrà forse un po’ deriso, gli capiterà di essere sottilmente denigrato per la sua incapacità di adattamento, per la sua richiesta di chiarimenti, per le sue perplessità, per i tentativi di entrare in contatto più profondo con questo mondo multiforme e contraddittorio. E allora si arrabbierà, sbraiterà, sbufferà, contesterà, alzerà la voce, proverà e riproverà a suo modo, scalcerà, rientrerà, si lamenterà del Belgio.  Ma poi, naturalmente se spinto da motivazioni sufficienti per restare –cosa la nostra generazione Erasmus si è abituata a fare- ci sarà una sola cosa che potrà fare davvero, ovvero: si accomoderà fra le pieghe di qualche compromesso. Magari sorridendo un po’ meno delle repentine variazioni di meteo. Perché noi, popolo di santi, poeti e naviganti, siamo fatti così: ci adattiamo; flessibili quanto basta, sappiamo ridere di noi stessi, sappiamo trovare il nostro posticino nel mondo perché, in fondo, abbiamo capito che il giusto compromesso deriva proprio dalla sottile linea d’ombra definita dal saper guardare alla vita oltreconfine con lo sguardo distaccato di chi ha trovato il giusto equilibrio fra ironia e adattamento.

Questo blog…

Questo blog è allora per chi pensa a trasferirsi in Belgio, per chi ci è appena arrivato, per chi ci vive da un po’ di tempo ma non è convinto di rimanerci per sempre, o per chi ormai si dichiara “trasferito” ma ci tiene a sottolineare le proprie origini ad ogni occasione, e anche per tutti quelli che ci si sono rassegnati, ma portano la nostalgia dipinta a strisce tricolore nel cuore.

Ebbene, a tutti voi rispondo: il Belgio non è poi così diverso da come lo descriveva Cesare. Si tratta solo di impararlo a vedere dalla parte dei Galli.

[1]Proverbio fiammingo che equivale al nostro “chiedere la luna”.

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