Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

La stanza dell’asfissia

La stanza dell’asfissia

Avete presente quando in sala giochi afferravate l’ennesima biglia al posto del panda gigante con la gru artiglio?

Ecco. Un fiammingo che vuole comprare casa si benda gli occhi, punta il dito sulla mappa, e ZAC! fa la sua scelta con la stessa precisione. Quando vi annuncia “ho comprato casa” un paio di settimane dopo avervi detto che la stava cercando, non chiedetegli in quale quartiere si trovi, ma piuttosto in quale regione.

È del tutto normale, fra fiamminghi, saltellare di cittadina in cittadina alla ricerca della casa dei sogni. Non importa alcun “fattore vicinanza” (che sia famiglia o al posto di lavoro); anzi, sembra quasi normale spostarsi in modo inversamente proporzionale ai luoghi di interesse. E così, tale leggerezza logistica crea il fenomeno della transumanza autostradale, noto a chiunque si interessi di mobilità belga. Chilometri e chilometri di auto in coda arroventano costantemente gli asfalti, una roba che nemmeno sul raccordo anulare di Roma il venerdì sera. E questo, per un popolo che si dichiara estremamente attenta all’impatto ambientale…

“Op appartament”

La prima vera casa è dunque quella da neolaureati. I cercatori li riconoscete facilmente: sono coppie dai 22 ai 24 anni che si aggirano frementi per agenzie immobiliari, con ancora addosso il profumo di alloro e della tesi fresca di stampa. Le esigenze potranno anche essere le più disparate, ma per tutti il must è uno: questo periodo della vita deve durare il meno possibile, poiché il tempo di permanenza in appartamento è considerato un passaggio forzato.

I fiamminghi sono infatti in qualche modo allergici agli appartamenti: c’è troppa promiscuità, scarsa privacy, manca il verde. Il fattore che determina quanto tempo ci resteranno è dettato dal seguente algoritmo: regolare fertilità di lei, velocità degli spermatozoi di lui, desiderio di accasarsi prima di kindjes kopen, di far figli. Dopo di che, si passa al livello successivo.

Interni alla fiamminga 

E così che i condomìni in Belgio sono generalmente abitati da giovanissime coppie, con la variante del neonato annesso se la prole è giunta prima del previsto. Costeggiando gli appartamenti al piano terra è possibile ammirare la seguente tipica scena di interni: scatole di cereali sul davanzale accanto a piante di spezie multiassortite; piccoli pigiamini stesi ad asciugare sopra consolle di Playstation; strumenti musicali di vario genere, proiettori e oggetti di giovanile design che si litigano lo spazio con seggioloni e fasciatoi. In questi luoghi, a metà fra la camera di un adolescente schizofrenico e il reparto “genitorialità alternativa” da catalogo Ikea, gli inquilini sono sbarbatelli con le camicie a quadrettoni e giovani mamme sprint che entrano ed escono con la bakfiets.

L’appartamento si troverà probabilmente vicino a una strada non trafficata, in un prefabbricato con le porte in cartongesso -giacché i ladri in Belgio non esistono- e con finestre sui passanti che definiremo “ad altezza culo”. In Belgio noterete infatti che gli edifici che danno sulla strada sono bassi, ma talmente bassi che, camminando sul marciapiede, con un colpo d’occhio distratto, potrete ammirare il ricamo sul runner del tavolo della sala, o questionare la scelta del programma in TV. E se le finestre arrivano al vostro ginocchio, le tende, come qualunque altro arredo, sono proporzionali alla funzionalità: si appendono rigorosamente scure e, di conseguenza, si chiudono solo quando serve, cioè la notte.

Perché un fiammingo deve avere assolutamente la privacy della casa singola, ma può rimanere in costante mondovisione.

La stanza dell’asfissia 

Altre caratteristiche immancabili dell’appartamento sono due camere, una open kitchen, a volte un microterrazzo -dove, attenzione, è rigorosamente vietato esporre stendini e capi ad asciugare -, pareti colorate, ma soprattutto l’immancabile “stanza dell’asfissia”. 

La stanza dell’asfissia è quel tocco folkloristico che farà sorridere i parenti in visita e singhiozzare gli italiani emigrati. Definiamo “stanza dell’asfissia” uno spazio di 0,5x1m in cui troneggia un water, posto in maniera tale che, quando vi sedete per utilizzatlo, le vostre ginocchia toccheranno comodamente la porta. Questo ampio spazio è poi coronato da un minuscolo lavandino, in cui l’area per lavarsi le mani è larga quanto la cruna di un ago. Evidentemente è fatto per mani a misura di gnomo. Domina infine un grande assente: non sto parlando del bidè, ma del vano finestra.

Nella versione sadica, manca anche l’aspiratore. “Tanto c’è il profumatore! Ricordati di spruzzarlo quando esci”. E così, immancabilmente, uscirete avvolti da un misto di Gelsomino giapponese e eau de (vôtre) merde .

Regole d’utilizzo

Prendiamo la seguente situazione tipo: una sera l’italiano emigrato viene invitato a cena dal fiammingo medio. Verrà certamente servito qualcosa in suo onore, tipo gli spaghetti alla bolognese, conditi da chili di cipolla e porro. A un certo punto, dopo innumerevoli avvisaglie gassose, l’italiano si troverà davanti tre possibilità: 

  1. fingere di aver già cenato e non toccare più cibo nemmeno in preda ai crampi, in modo da evitare capatina alla stanza dell’asfissia;
  2. sperare che il tragitto degli spaghetti verso l’intestino sia inesorabilmente lento;
  3. se le due opzioni precedenti non sono applicabili, sperare nell’efficacia del deodorante manuale. Gli AirWick automatici belgi, infatti, devono essere programmati per spruzzare il getto proprio mentre l’italiano si sta chinando chiudere l’asse del water, accecandolo di netto.

Ricapitolando

Se vi capita di dover far visita alla stanza dell’asfissia, tenete a mente queste tre cose fondamentali: 

  1. pregate di sapere direzionare con maestria la caduta del vostro grave;
  2. ringraziate se vostra madre vi ha fatto fare il corso di nuoto con apnea in età prescolare;
  3. ricordatevi di ingiuriare in italiano, preferibilmente dialettale.

Sappiate, infatti, che lo zio Jan sarà sempre appostato dietro la porta, in attesa del suo turno.

E sentirà tutto.

L’olezzo, le emissioni sonore e i vaffanc…

A tutta birra!

A tutta birra!

Een pintje, alstublieft

Mettetevelo in testa: se non bevete birra, non sarete mai uno di loro.

E non avete neanche scuse, perché per ordinare in neerlandese una birra basta un solo mignolino. Il gesto universale nelle Fiandre per farsi servire una birra è infatti il seguente: sollevate la mano destra, chiudete il resto delle dita a pugno, alzate mignolo proprio come il Galateo vieta, rannicchiatelo in su e in giù. Magicamente, vedrete comparire sul bancone een pintje, una birra semplice.

Birra e religione

La birra è una sorta di religione in Belgio. Costa meno di 33 cl di acqua.

Tanto per capirci, 33cl non sono nemmeno abbastanza per lavare via una macchia sul colletto, forse servono a malapena per sciogliere un analgesico in acqua. Una bottiglietta di acqua SPA ad esempio costa 3,50 € contro gli 1,80 € di una Jupiler.

Però c’è un però: occorre anche saperla bere con arte, una birra. Anzi, direi che è essenziale al processo di integrazione. A me ci sono voluti tre mesi per abituarmi allo stomaco gonfio e 3 anni per imparare a versarla correttamente. Non è mica facile trovare l’angolo di inclinazione giusto del bicchiere per ottenere i famosi tre centimetri di schiuma. E ho raggiunto la consapevolezza che una vita non mi basterebbe per apprendere come spillare una birra belga artigianale con maestria. Mica per niente una sera, al cospetto di tutti gli amici in un pub, feci perdere una scommessa al povero fidanzato, orgogliosamente convinto che avessi ormai appreso i segreti del malto fiammingo…

La birra è quasi un rito di passaggio di un buon fiammingo per l’ingresso nell’età adulta: occorre infatti dimostrare di saper già reggere decine e decine di birre. Un belga al primo anno di università deve senza dubbio dare sfoggio di poter alzare molti mignoli. Ma se vi recate sul sito di qualunque nota compagnia belga produttruce di birra, dovrete inserire la vostra data di nascita per assicurare di essere maggiorenni.  Il che è quantomeno curioso, se non addirittura contraddittorio.

Sei birrificato?

Da emigrata semi-astemia, per garantirmi un posto a tavola, mi votai a quella birra della cui fermentazione sentivo l’odore fino a casa. Quando abitavo a Leuven, infatti, due passi mi distanziavano dall’imponente fabbrica della Stella Artois. Rientrare sul treno della sera e avvistare lo stabilimento era  così diventato un tuttuno, un po’ come avvistare San Luca dall’A14 per chi abita a Bologna. Inalare l’odore greve e pungente il martedì sera, quando la birra veniva “gebrouwen”, “birrificata”, significava essere a casa.

[Nota di colore: Non sono certa che birrificare esista in italiano, ma la parola neerlandese non l’ho mai dimenticata.  A una delle prime feste di famiglia, domandai fieramente al cugino serioso “ben jij gebrouwen?” invece di “ben jij getrouwd?”. Per me suonavano allo stesso, peccato che tradotto suonava “sei birrificato?” invece di “sei sposato?”.

Birra da abbazia

Sul numero di birre belghe esistenti troverete cifre diverse: da 800 a 1000, dicono gli esperti. Ho detto che io, che esperta non sono, ho sempre e solo bevuto la ‘pintje’ per eccellenza, la Jupiler. Invece i Belgi producono circa due miliardi di litri di birra l’anno, di cui il 60% viene esportato. Le birre più apprezzate sono le sei famose trappiste, che prendono il nome dai frati che le producono. Non prestate orecchie (e occhi, e palato) ai tanti che ne usurpano il nome: al mondo esistono solo undici birre che possono essere definite trappiste, sei delle quali sono appunto belghe (Achel, Chimay, Orval, Rochefort, Westmalle e Westvleteren). Per essere dichiarate tali, non solo devono essere prodotte dai frati in persona, ma in più il loro ricavato deve essere donato in beneficenza; tutte le altre sono semplici “birre da abbazia”. Non pensate che mi sia documentata in rete, tutto questo l’ho appreso in gita scolastica durante il mio anno di insegnamento in collegio: se da noi i bambini vengono portati in visita alla Pinacoteca, da loro è d’obbligo la gita all’abbazia, non per apprendere i segreti dei benedettini o dei cistercensi, ma quelli del malto e della fermentazione.

Bellezze in vetro

 

Dunque, c’è la Leffe bionda dalle sinuose bollicine dorate, servita in ampollosi bicchierini; la Bruna, dal sapore forte e dal colore ambrato; la Rossa, la birra per le donne dal sapore di ciliegie; l’Orval, quella che riconosco solo per il simbolo di un pesce sull’etichetta; la Duvel: ogni volta che viene ordinata con entusiasmo, penso che sia entrata nel pub la squadra di calcio nazionale (i“Rode Duivels”); la Chouffe dal colore ambrato, con lo gnomo che cerca le margherite; la Rochefort, il cui nome mi ricorda ogni volta un formaggio francese; la Blanche de Namur, dagli eleganti caratteri gotici che accosto sempre al titolo della Bella Addormentata nel Bosco; la Delirium tremens, quella con l’elefantino rosa, altresì simbolo di una nota attrazione bruxelloise (il Delirium cafè); la Kwak, col suo tipico boccale, che, quando la versi, ti si spatacca sul muso producendo l’onomatopeico “kwak”; e ancora la Tripel Karmeliet, che in Italia mi diverto sempre a ordinare in lingua fiamminga per gettare nel panico la cameriera; e per finire la Rodenbach, dal nome così nordico che mi richiama scenari di cattedrali e cospirazioni (“Bevi, Rosmunda..!”).

Nella loro splendida varietà, tutte hanno una caratteristica in comune: vanno rigorosamente abbinate al boccale giusto. Non per niente per i Belgi la birra è “de glazen boterham“, letteralmente “un panino in vetro”, che significa piuttosto “il cibo comune, da gustare ogni giorno”.

Metri di birra, autostrade di birra, birra e bici

Questa la vera e propria sfilata di bellezze che i giovani fiamminghi imparano ad accarezzare sin dalla tenera età: mentre noi siamo ancora lì che ci bulliamo per un Bacardi Breezer bevuto alla goccia, loro si organizzano con i “metri di birra”, particolari confezioni in cartone in cui collocare ordinatamente dieci bicchieri di birra, per poterli così portare al tavolo agli amici. Chi si reca al bar paga un giro per tutti: in questo modo è più difficile tenere conto delle 16-17 birre a testa che riescono a scolarsi prima di dichiararsi “un po’ brilli”.

Altro numero da caffè: il bierpong, il gioco ormai conosciuto anche al di qua delle Alpi. Si dispongono bicchieri di birra pieni a mo’ di gioco del saltarello, e ci si diverte a centrarli con una pallina da ping pong: chi lo centra beve (se la pallina cade a terra rotolando nel lerciume del bar, ancora meglio! “Quel che non ammazza ingrassa”, direbbe mia nonna, e certe massime sono evidentemente internazionali). Per non parlare della fierezza del Fiammingo Medio che, nelle estati migliori, può dedicarsi a lunghe reclusioni per produrre la propria birra. Di tutti i matrimoni fiamminghi a cui sono andata, quelli col gadget esposto più fieramente erano proprio quelli in cui la coppia di sposi donava come bomboniera “La birra home-made”.

Per concludere, l’aneddoto migliore: in Belgio l’ossessione per la birra e il suo primato trovano realizzazione nella “autostrada della birra”, un birradotto di tre chilometri realizzato a Brugge nel 2015; tuttavia, l’invenzione che in genere l’italiano medio trova più esilarante è quella che combina le due più grandi passioni fiamminghe, la birra e la bici. Il “bier-fiets” è infatti un mega risciò a pedali con una dozzina di posti, che funziona grazie alla forza muscolare dei suoi cavalieri (di solito un gruppo di aitanti giovani intenti a celebrare un addio al celibato), i quali possono comodamente gustarsi birra a volontà mentre pedalano, appoggiati a un bancone del bar semimovente. E pensate: si possono anche noleggiare in occasione di matrimoni!

A proposito di matrimoni, l’orgoglio fiammingo di massimo livello non si ferma alla birra artigianale come bomboniera: in un solo anno, sono stata a ben due matrimoni in birrificio presso il de Hoorn a Leuven

Del resto -direbbe sempre mia nonna- “la birra fa latte”!

Un caffè, per favore.

Un caffè, per favore.

Gewone koffie

Un belga entra in un bar italiano per un caffè.

“Vorrei un gewone koffie. 

“Vuole un espresso?” 

“No espresso, un gewone, semplice” 

“Ah, questo qui è straniero. Allora le faccio un lungo.

“No, un caffè gewone, un “normale”! 

“Allora le do l’acqua calda così se lo allunga lei.

“No lungo, normale…”.  Il Belga Medio mima la quantità, usando il pollice e l’indice per realizzare una C con le due dita, a indicare la quantità gradita in tazzina. Lo spazio fra le due dita è MOLTO ampio.

“Ma se non vuole l’americano allora gli faccio un doppio, a questo qui…” 

“Doppio no, troppo straf, forte! Il vostro caffè italiano è già straf!” 

“Beh, è un doppio…

“Un espresso con la crema di latte.1 

“Ma allora vuole un latte macchiato?” Il barista mima con entrambe le mani una lettera che più che una C sembra una T, ovvero un beverone. Alla perplessità del belga, per cui improvvisamente il caffè da minuscolo è diventato un frappè, il barista sciorina tutte le opzioni possibili.

“Vuole un macchiato caldo? Un caffè corretto? Un mocaccino? Un caffelatte? Lo vuole con una spolveratina di cacao? Basta che non mi chieda un cappuccino, che sono già le quattro!”

Ed è lì che il belga medio timidamente confuso si illumina, spalanca gli occhi e proclama a gran voce:

Cappuccino, sì!”.

Non può che finire con un barista che impreca contro l’abitudine barbarica di ordinare un cappuccino fuori orario, e con il belga che si lamenta di quanto il caffè italiano sia troppo corto, e che al posto del biscottino ci sia quell’inutile bicchierino d’acqua gassata.

 

Ordinare un caffè in Belgio

Un italiano entra in un bar fiammingo per un caffè.

Ik zou graag een koffie willen, alstublieft”, dice tutto fiero, d’un fiato.

Probabilmente gli è uscito l’equivalente dello scioglilingua “tigre contro tigre”, sbiascicato con una mentina in bocca e la erre moscia. Di conseguenza, la risposta sarà l’indicazione per la toilette. Perchè riuscire a farsi capire è davvero la cosa più difficile dell’operazione “prendiamo un caffè al bar”.

Intanto: i “bar” non esistono. Ci sono i pub, o i baracchini da asporto tipo Panos. Fine della storia. Per contro, la complessità fono-sintattica è compensata dalla semplicità disarmante della scelta.

In Belgio, un caffè è semplicemente un “gewone koffie”. Letteralmente: “un caffè abituale”. Non esistono simpatiche varianti: prima vi abituerete alla monotonia, meno dolorosi saranno gli intermezzi su Youtube, ogni volta che parte la pubblicità di Lavazza. Perché Youtube lo sa, che voi soffrite.  

Il biscottino!

Il gewone koffie sarà sempre e ovunque un liquido color steppa dell’Indonesia (per tonalità) all’aroma di foresta pluviale (per quantità d’acqua). La carica di questo caffè equivale, naturalmente, a quella di un Pocket Coffee o di una Zigulì al guaranà, dopo che avete guidato da Milano a Gallipoli senza sosta: è un simpatico e inutile diversivo, a cui non credereste nemmeno sotto effetto placebo.

In Belgio questi 50 ml di liquido marrone scuro vengono serviti in una tazza ordinaria di mezze dimensioni e sono accompagnati da un biscottino monoporzione al sapore di Speculoos. Al massimo, potrete insaporire il tutto con uno spruzzetto di cremina, una sottospecie di latte condensato in mono porzione. Signori e signore, ecco a voi il massimo di personalizzazione di gewone koffee, il caffè “normale”!

Il Belga medio ne beve a colazione, al brunch, in pausa, nel thermos, alle macchinette, col panino. Ingerendone, in media, un litro al giorno, ma rimanendo fermamente convinto del fatto che “il caffè italiano è troppo forte”. 

Siete a pranzo a casa dei suoceri? Ecco, al massimo potrebbero chiedervi se gradite un goccio di latte vero al posto della cremina, ma scordatevi di pasteggiare con acqua: non potrete sfuggire al caffè, riproposto a ogni pietanza.

Siete alle macchinette automatiche? Occhio a non scottarvi con il bicchiere in plastica.

Siete in una riunione di lavoro? A un certo punto farà la sua comparsa un thermos grigio, da cui fuoriesce del fumo copioso che neanche il kalumè del Brucaliffo. La temperatura del caffè qui si aggira fra i 4 e i 5000 gradi.

Siete al Colryut? Leggete qui quello che accade. 

Voi novelli emigrati allora starete pensando: “Ma io chiedo un espresso, li frego tutti”.

Provateci pure, miei giovani, ingenui expat.

Nel migliore dei casi avrete pagato un paio d’euro in più, e bevuto il fondo bruciato di un caffè tostato al momento. Nel peggiore, avrete solo pagato un paio d’euro in più per la metà del liquido.

Pane, amore e fantasia

Pane, amore e fantasia

Il pane “tipico”

 

Ordinare del pane nelle Fiandre per un italiano è come ordinare un caffè in Italia per un fiammingo: si crede che sia un’operazione semplice, si incappa in una serie di domande inaspettate, e si finisce per uscire con una crostata alle more al posto del pane in cassetta.

In una panetteria fiamminga la prima sfida è rimanere lucidi: provateci voi, con le narici tempestate dalla fragranza delle pagnotte, inebriate dall’aroma dolciastro della crema chantilly. (La seconda sfida è quella di non chiamarla ‘chantilly’ davanti a loro, perché per i fiamminghi si tratta di ‘pudding’, con buona pace degli Inglesi). Mentre, completamente storditi, starete cercando di mettere a fuoco la quantità e la qualità del pane, un’efficientissima commessa dal capello corto vi accoglierà con un “Mevrouw….?”[1]dal tono così imperativo che vi farà sentire già in difetto.

Mille gusti più uno

 

In Belgio non c’è tempo per le chiacchiere dal panettiere. E così, mentre ancora cercate di ricordare e decifrare il tipo di pane che avete comprato l’ultima volta, vi troverete a non saper scegliere fra la forma (grande o piccolo, rettangolare o quadrato, tondo, oblungo, elicoidale); il tipo di farina (bianca, grigia, bruna, integrale, color collezione Armani 2018 altresì nota come Tortora ambrosiana); il condimento (multigrani, multisemi, multicereali, multi-quella cosa lì che a me sembrano formiche), il tipo di semi (di papavero, di zucca, di noci, pinoli o quel “becchime per uccelli, grazie”). Per finire, avete pure quegli aggettivi accessori che son un po’ come le spezie: sai che esistono gli abbinamenti perfetti, ma alla fine li usi sempre un po’ a cazzo. Sto parlando di “speciale”, “del contadino”, e il tanto misterioso quanto celebre “pane tigrato”.

Pane Geppetto

 

Certo, potreste anche ordinare il salvifico “houthakkers brood”, il “pane del falegname”. Pane Geppetto, come lo chiamavo io. Semplice, pulito lineare. Si tratta di un pane che, come dice Joris “ha scopato una baguette francese”- attenzione, mai pronunciare la parola baguette nelle Fiandre: se proprio la vorrete, vi daranno uno “stokbroodche sì, è esattamente la stessa cosa, ma con l’unico nome consentito. Ve la serviranno con un sorriso che tradisce l’invito a infilarvelo in posti dove non batte il sole, perché vuoi mettere un pane vallone contro uno fiammingo?

Dicevamo: il pane Geppetto è il più semplice perché non ha aggettivi aggiunti. Bene, provate prima a pronunciarlo correttamente, poi mi farete sapere se è così facile. Solo una volta, grazie al solito metodo “post-it appiccicato sul cellulare”, sono riuscita a ordinare tutto d’uno fiato il seguente mantra: ‘PANE DEL CONTADINO GRIGIO, RETTANGOLARE, TIGRATO, MULTI-CEREALI MA SENZA NOCI E CON SEMI DI ZUCCA, DOPPIAMENTE COTTO, GRAZIE”. Naturalmente ho dimenticato di chiedere ‘non tagliato’.

Ora.

Chiedere il pane tipico belga “non tagliato in comode fette dallo spessore maniacalmente perfetto” equivale a comprare un’auto senza volante: sembra che i fiamminghi non possano poi usarlo. Se volete fare gli originali, tanto vale tingetevi le sopracciglia di rosa, ma NON comprate il pane non affettato! Il fiammingo a cui lo servirete vi guarderà come si guarda chi esce dall’Ikea col carrello vuoto, ovvero come se foste un marziano.

Affettatrici e sacchetti

 

Quella volta, infatti, che ho osato chiedere il pane tipico “non affettato” ho avuto la sensazione che l’intero negozio si fermasse e mi guardasse con aria sospetta. E dire che ci avevo messo tutto il mio impegno a imparare la pronuncia del participio passato del verbo hakken. Ero entrata, avevo guardato il mio post-it come si guarda l’immagine della Beata Vergine di San Luca, avevo preso fiato e coraggio e ordinato un “brood niet gehakt!

A giudicare dal silenzio calato di botto, pensavo di aver fatto un Saluto al Fuhrer.

Incartai furtivamente la mia pagnotta e corsi a casa nella vergogna più totale. Quando pensavo di averla ormai scampata, intravidi lo stesso sguardo riprovevole sul volto dell’amico che ospitavamo a cena. Servo il pane al centro del tavolo nel mio bel portapane Mulino Bianco. Accosto il coltello con la sega della collezione Bastianich. Incalzo l’amico a servirsi quanto pane preferisce. Costui inarca il sopracciglio e con un misto fra la preoccupazione e l’orrore si rivolge a Joris: “Ma il pane non è tagliato!!!” … Ancora oggi per lui sono “l’italiana strana che non fa affettare il pane”.

Quindi, datemi retta: individuate un pane facile da pronunciare, fatevelo tagliare dal panettiere, fatevelo imbustare in quel sacchettone trasparente che producono solo il Belgio -non può che essere così, visto che gode dell’ ossimoro “ti conservo il pane fresco e asciutto ma mi rompo appena un italiano mi sfiora”.

E no, non provate nemmeno a pensare di riuscire a conservarlo integri: anni e anni di training non vi daranno MAI il tocco giusto. Questa dote è riservata solo al FDN (Fiammingo Di Nascita), che saprà non solo scegliere e acquistare un pane multiaccessoriato in pochi secondi a seconda del languorino, ma saprà anche richiudere il sacchetto ad arte.

Arrotolerà i lembi,  farà uscire tutta l’aria, vi guarderà sornione e sospirerà fiero: “Il nostro pane tipico, così semplice e genuino!”

[1]Equivalente al nostro “Signora…?”, anche conosciuto nella variante ‘A chi toccaaaaa?’, dispiegato a larghi decibel nelle pasticcerie emiliane.

Surgelati senza frontiere

Surgelati senza frontiere

Se volete farvi un’idea della logica fiamminga non serve effettuare un tour delle Fiandre, basta farne uno nel reparto freezer del Colruyt.

Croccantini per gatti e detersivi per piatti, tè alla pesca con le bollicine, carta igienica formato riserva Covid, frutta secca e assorbenti: troverete tutto assortito in questo ordine, con una disposizione che rispetta la logica del Cappellaio Matto e un’esposizione proporzionale all’imprevedibilità. Filo da sarta? Accanto alle noci. Guanti da giardinaggio? Dopo i succhi di frutta. Punto a favore sono i gustosi snack a distribuzione gratuita, dove si offrono alle vostre dita, in maniera del tutto inattesa, quantità illimitate di chips al chili, Tuc al pepe nero, olive marinate all’aglio, morsetti di biscotti. Ovviamente non saprete resistere, e alla fine del giro vi sentirete come un babbo Natale dentro la palla di vetro quando un bambino si diverte a scuoterla.

Il caffè belga

Naturalmente, l’assaggino a cui non si può mai resistere è quello del caffè caldo.

L’illusione del sapore di casa, la sensazione di tepore lungo l’esofago, il tutto in un supermercato che, per atmosfera, rasenta quella di un bunker russo nella guerra fredda? Una combo irresistibile. Gli italiani ci cascano tutti, ma proprio tutti, epperò una volta sola. Si renderanno conto infatti troppo tardi che il tepore è piuttosto un’ondata di calore pari a quella di Pompei prima dell’eruzione vesuviana. Del resto, la sfumatura della brodaglia color acquerello marrone intinto nel bicchiere avrebbe dovuto mettevi in guardia, eppure…

Proseguite così mesti mesti verso la corsia “cartoleria per la scuola e decorazioni natalizie”, solo perché sapete che lì ci sono le noccioline d’arachidi al wasabi all you can eat.

Made in Italy

Fra pasta Benito e ragù ItaliaMo -mi stupisco sempre della mancanza dell’olio Balilla- sarete finalmente giunti al banco frigo, il cui trionfale ingresso è preceduto da una porta con frange di plastica, che fanno tanto forno bolognese anni Sessanta.

Il motivo della porta a fronzoli vi sfugge finché non agguantate il primo pomodoro a sinistra. La temperatura, nella zona frutta e verdura, si aggira fra i -5 e +2 gradi. In pratica vi ritrovate in un gigantesco igloo. Nel cesto dei fagiolini, il rischio che vi si stacchi una falange è reale; all’altezza delle mozzarelle, vi renderete conto che non appartenete più alla specie dei primati dal pugno opponibile. Mentre iniziate quindi la corsa contro il tempo per non andare in ipotermia, una decina di bambini vi sarà passata accanto in canottiera e sandalini (in qualunque stagione, del resto la stagionalità in Belgio è una convenzione del calendario).

Decidete rapidamente che no, le zucchine non sono poi così fresche, che gli asparagi stanno troppo in alto, che i pomodori sono troppo pallidi e pesche troppo dure; le mele vanno benissimo confezionate e gli yogurt al gusto “melangrana e avocado”. In pratica, da quando vivrete in Belgio inizierete a mangiare con la varietà della mensa delle scuole elementari ma con gusti ed accostamenti esotici; per contro, avrete assaggiato ogni variante di Philadelphia possibile -giacchè, complice la fretta, la probabilità che afferriate quello “normale” è pari a zero.

Percorso a ortaggi

E così per necessità o virtù, diventerete campioni settimanali di “corsa alla spesa”.  Con un paziente allenamento progressivo, io sono arrivata a un record di un minuto e 47 secondi di permanenza nella cella iperbarica.

Di seguito i miei accorgimenti collaudati negli anni: giubbotto da sci legato in vita; passamontagna; carrello pronto all’uscita dell’area frigo; sacchettini per le verdure portati da casa; polpastrello inumiditi -sia mai che le buste di plastica si incollino fra loro! Ma soprattutto, immancabile è aver studiato il “percorso a ortaggi”, meglio se progettato sulla cartina mentalmente ricreata a casa e imparata a memoria. Il risultato migliore ovviamente si raggiunge in due: a quel punto la poca dispersione di calore corporeo è garantita. Ricordo serate con Joris passate a studiare il piano come una rapina in una banca. Poi si va in azione. Ci si apposta fuori e si ripassa tutto: “mentre io agguanto le banane, tu afferri le uova; con l’altra mano impili gli affettati sulla testa alla maniera africana, e in un colpo solo riesci a prendere anche i limoni formato famiglia, così siamo a posto per il resto del mese. Se non ti fai distrarre dagli assaggini di formaggio, ne siamo fuori incolumi”.

E’ da quando sto con Joris che ho capito perché a “Giochi senza frontiere” il Belgio arrivava sempre primo nelle gare a tempo.

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