Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

La stanza dell’asfissia

La stanza dell’asfissia

Avete presente quando in sala giochi afferravate l’ennesima biglia al posto del panda gigante con la gru artiglio?

Ecco. Un fiammingo che vuole comprare casa si benda gli occhi, punta il dito sulla mappa, e ZAC! fa la sua scelta con la stessa precisione. Quando vi annuncia “ho comprato casa” un paio di settimane dopo avervi detto che la stava cercando, non chiedetegli in quale quartiere si trovi, ma piuttosto in quale regione.

È del tutto normale, fra fiamminghi, saltellare di cittadina in cittadina alla ricerca della casa dei sogni. Non importa alcun “fattore vicinanza” (che sia famiglia o al posto di lavoro); anzi, sembra quasi normale spostarsi in modo inversamente proporzionale ai luoghi di interesse. E così, tale leggerezza logistica crea il fenomeno della transumanza autostradale, noto a chiunque si interessi di mobilità belga. Chilometri e chilometri di auto in coda arroventano costantemente gli asfalti, una roba che nemmeno sul raccordo anulare di Roma il venerdì sera. E questo, per un popolo che si dichiara estremamente attenta all’impatto ambientale…

“Op appartament”

La prima vera casa è dunque quella da neolaureati. I cercatori li riconoscete facilmente: sono coppie dai 22 ai 24 anni che si aggirano frementi per agenzie immobiliari, con ancora addosso il profumo di alloro e della tesi fresca di stampa. Le esigenze potranno anche essere le più disparate, ma per tutti il must è uno: questo periodo della vita deve durare il meno possibile, poiché il tempo di permanenza in appartamento è considerato un passaggio forzato.

I fiamminghi sono infatti in qualche modo allergici agli appartamenti: c’è troppa promiscuità, scarsa privacy, manca il verde. Il fattore che determina quanto tempo ci resteranno è dettato dal seguente algoritmo: regolare fertilità di lei, velocità degli spermatozoi di lui, desiderio di accasarsi prima di kindjes kopen, di far figli. Dopo di che, si passa al livello successivo.

Interni alla fiamminga 

E così che i condomìni in Belgio sono generalmente abitati da giovanissime coppie, con la variante del neonato annesso se la prole è giunta prima del previsto. Costeggiando gli appartamenti al piano terra è possibile ammirare la seguente tipica scena di interni: scatole di cereali sul davanzale accanto a piante di spezie multiassortite; piccoli pigiamini stesi ad asciugare sopra consolle di Playstation; strumenti musicali di vario genere, proiettori e oggetti di giovanile design che si litigano lo spazio con seggioloni e fasciatoi. In questi luoghi, a metà fra la camera di un adolescente schizofrenico e il reparto “genitorialità alternativa” da catalogo Ikea, gli inquilini sono sbarbatelli con le camicie a quadrettoni e giovani mamme sprint che entrano ed escono con la bakfiets.

L’appartamento si troverà probabilmente vicino a una strada non trafficata, in un prefabbricato con le porte in cartongesso -giacché i ladri in Belgio non esistono- e con finestre sui passanti che definiremo “ad altezza culo”. In Belgio noterete infatti che gli edifici che danno sulla strada sono bassi, ma talmente bassi che, camminando sul marciapiede, con un colpo d’occhio distratto, potrete ammirare il ricamo sul runner del tavolo della sala, o questionare la scelta del programma in TV. E se le finestre arrivano al vostro ginocchio, le tende, come qualunque altro arredo, sono proporzionali alla funzionalità: si appendono rigorosamente scure e, di conseguenza, si chiudono solo quando serve, cioè la notte.

Perché un fiammingo deve avere assolutamente la privacy della casa singola, ma può rimanere in costante mondovisione.

La stanza dell’asfissia 

Altre caratteristiche immancabili dell’appartamento sono due camere, una open kitchen, a volte un microterrazzo -dove, attenzione, è rigorosamente vietato esporre stendini e capi ad asciugare -, pareti colorate, ma soprattutto l’immancabile “stanza dell’asfissia”. 

La stanza dell’asfissia è quel tocco folkloristico che farà sorridere i parenti in visita e singhiozzare gli italiani emigrati. Definiamo “stanza dell’asfissia” uno spazio di 0,5x1m in cui troneggia un water, posto in maniera tale che, quando vi sedete per utilizzatlo, le vostre ginocchia toccheranno comodamente la porta. Questo ampio spazio è poi coronato da un minuscolo lavandino, in cui l’area per lavarsi le mani è larga quanto la cruna di un ago. Evidentemente è fatto per mani a misura di gnomo. Domina infine un grande assente: non sto parlando del bidè, ma del vano finestra.

Nella versione sadica, manca anche l’aspiratore. “Tanto c’è il profumatore! Ricordati di spruzzarlo quando esci”. E così, immancabilmente, uscirete avvolti da un misto di Gelsomino giapponese e eau de (vôtre) merde .

Regole d’utilizzo

Prendiamo la seguente situazione tipo: una sera l’italiano emigrato viene invitato a cena dal fiammingo medio. Verrà certamente servito qualcosa in suo onore, tipo gli spaghetti alla bolognese, conditi da chili di cipolla e porro. A un certo punto, dopo innumerevoli avvisaglie gassose, l’italiano si troverà davanti tre possibilità: 

  1. fingere di aver già cenato e non toccare più cibo nemmeno in preda ai crampi, in modo da evitare capatina alla stanza dell’asfissia;
  2. sperare che il tragitto degli spaghetti verso l’intestino sia inesorabilmente lento;
  3. se le due opzioni precedenti non sono applicabili, sperare nell’efficacia del deodorante manuale. Gli AirWick automatici belgi, infatti, devono essere programmati per spruzzare il getto proprio mentre l’italiano si sta chinando chiudere l’asse del water, accecandolo di netto.

Ricapitolando

Se vi capita di dover far visita alla stanza dell’asfissia, tenete a mente queste tre cose fondamentali: 

  1. pregate di sapere direzionare con maestria la caduta del vostro grave;
  2. ringraziate se vostra madre vi ha fatto fare il corso di nuoto con apnea in età prescolare;
  3. ricordatevi di ingiuriare in italiano, preferibilmente dialettale.

Sappiate, infatti, che lo zio Jan sarà sempre appostato dietro la porta, in attesa del suo turno.

E sentirà tutto.

L’olezzo, le emissioni sonore e i vaffanc…

La Kotmadam

La Kotmadam

Quando, alla tenera età di 18 anni, il fiammingo medio lascia l’ovile materno per l’università, si trasferisce per la settimana corta nella più vicina città studentesca. Lì si apre per lui una nuova fase della vita, l’attesissima stagione del kot.

Che cosa è il kot

Definiamo ‘kot’ una struttura a metà fra il dormitorio, l’ostello e il collegio, dove il giovane pargolo possa sentirsi protetto ma non buttato in pasto alla fiera vita adulta, essendo dotato di cameretta singola ma cucina in comune. Siccome nel kot ciascuno ha la sua stanza e una cucina minimale dotata di microonde con pane fresco sempre a disposizione, la formula costituisce, in poche parole, il primo passo verso l’indipendenza adulta, poiché garantisce confini sicuri e allontana tutto il sottobosco di problemi di chi si appresta alla vita adulta: sub-affitti non pagati, proliferazione di blatte e feste clandestine, piantine di marijuna e parties selvaggi. Tutti temi ben noti allo studente fuori sede italiano e a conseguentemente ai locatari.

It’s kot season!

Originariamente creato per rendere il passaggio fra la vita adolescenziale e la vita giovanile vera e propria un po’ meno doloroso, in realtà il kot per le giovani matricole è sinonimo di sbronze colossali, sperimentazioni culinarie, incontri clandestini. Tuttavia, quello che solitamente stupisce il forestiero, è che tale struttura a volte sia ad accesso riservato alle persone dello stesso sesso, quando non dal coprifuoco.

È così che, non appena terminato l’anno scolastico, noterete carovane di famiglie che assaltano le città universitarie in cerca dei tipici cartelli “affittasi kot”; tali gruppi si muovono silenziosi come spie russe nella guerra fredda e localizzano, rapidi ed efficienti, la struttura migliore. Attenzione: la migliore non è quella più sicura e nemmeno quella più vicino alla stazione, ma quella di cui sarà stata più convincente la “kotmadam”.

De Kotmadam

La Kotmadam è l’equivalente della gattara italiana, solo che non ha i gatti e ha notoriamente un gentile piglio hitleriano. Signora in genere sulla sessantina, corpulenta, rigorosamente zitella, sulla carta ha il ruolo di “portinaia” del condominio, ma di fatto assurge al rango di “supervisora di qualunque dettaglio della vita privata dei kottari”. Elenchiamo di seguito le sue mansioni:

  • selezione di estranei all’ingresso del kot- leggasi possibili partner.
  • controllo delle regole della sana convivenza civile -leggasi: niente scrocconi di pane, niente donzelle succinte, niente droghe.
  • esecuzione delle pulizie delle stanze- leggasi: l’ispettrice della vita sessuale dei kottari.
  • sorveglianza del coprifuoco- leggasi: etilometra.

In pratica è marescialla della mondanità, inquisitrice dell’oggettistica, pettegola più informata di un Alfonso Signorini sull’ultimo fidanzato di Belen Rodriguez. In confronto, Alessia Marcuzzi conosce meno dettagli sui partecipanti della casa del Grande Fratello.

Promiscuità nel kot

Joris ancora mi racconta della sua leggendaria kotmadam degli appostamenti che la signora faceva dietro la porta della cucina: con abilità felina cercava di capire dal rumore dei passi sulle scale se qualcuno stesse scendendo a cena, per poi farsi casualmente trovare in cucina per poter tempestare il malcapitato di domande invadenti e controlli furtivi. Guarda caso, nella settimana in cui lei era di corvées per le pulizie, si assisteva alla sistematica sparizione di caramelle e di cioccolatini dai cassetti personali. La signora Marie era poi teneramente (e nemmeno troppo velatamente) sensibile al fascino del corpo maschile. Ne diede prova quella volta che irruppe nella camera di uno dei giovani più prestanti del kot, dopo che il malcapitato aveva introdotto furtivamente una fidanzata la notte prima: al mattino, al bussare insistente della kotmadamesulla porta, il poveretto aveva distintamente urlato: “NON entri, Marie!”

Naturalmente lei entrò trionfante, cogliendo la coppia seminuda in atteggiamenti non molto equivoci. 

Epica fu la sua angelica risposta: “Ops, avevo capito ENTRI!”.

Ancora oggi non è chiaro se il suo fosse un maldestro tentativo di avvistare qualche centimetro di virilità in più, o se sentisse il bisogno di controllarne con mano la misura.

Si sa mai che non rientrassero negli standard del kot.

Les Frites, c’est chic!

Les Frites, c’est chic!

Al frietkot

La scena si svolge più o meno così.

Entrate. Venite investiti da una ventata di calore e da un odore di fritto che vi fa ambientare subito: il servizio sarà veloce, ma non abbastanza da evitare  che abiti e capelli ne portino l’olezzo quando uscirete. 

Ordinate. Il commesso ripete l’ordine all’inserviente, in genere donna: molte famiglie trovano ancora il business nei frietkots. Lei misurerà la quantità di patatine richieste nell’apposito contenitore (grande, medio, piccolo); lui afferrerà le patatine precotte, giacenti su una specie di mensola di alluminio, le getterà nel mare della friggitrice. Mentre sfrigolano, vi delizierete con tutte le stranezze che il frietkot espone.

Mica solo patatine!

Crr crr crr

Le patatine sfrigolano felici, tuffate in un oceano di grasso.

Notate che sul balcone giacciono spiedini più o meno rosseggianti, alette di pollo, crocchette di pollo, dita di pollo (mi hanno assicurato che sono solo polpettine impanate, lunghe quanto un dito, ma diciamo che sarei pronta a scommetterci il mio di dito, se si trattasse davvero di solo pollo…). Hamburger, costoline, wurstelini e wursteloni: tutto rigorosamente impanato. Alla ‘frituur’ vi impanerebbero anche il portafoglio che voi non ve ne accorgereste: notereste solo che il colore dell’impanatura varia in una gradazione misteriosa fra il giallo indiano e l’arancio zucca. E poi ci sono quei chili e chili di cipolla affettata che giacciono intermi, pronti a essere sciorinati a mò di condimento su ciascuna di queste pietanze, come zucchero a velo su una crostata… misteriosa perdizione belga, che promette aliti profumati e nottate scoppiettanti. 

Vorrei delle “French” Fries..

Scrinch scrinch scrinch. 

È il rumore del triplo salto carpiato della patatina, saltata nella ciotola con un tuffo da gamberetto.

 Avete deciso, ordinate delle “French fries”. Ecco. Non c’è cosa che faccia infuriare un fiammingo più di quell’aggettivo: “French”. Pronunciate queste parole, e state sicuri di scatenare uno tsunami.

Le patatine fritte NON sono francesi! rivendicherà rabbioso il venditore. Consiglio: meglio non addentrarsi MAI nell’ennesima débâcle linguistica belga: prima fiamminghi e valloni si litigavano le università, oggi l’orgoglio nazionale passa attraverso 8 cm di tubero fritto.

Bene, se riuscirete ancora a farsi servire, sappiate che il vostro grado di integrazione si misurerà in base a quello che ordinerete al frietkot. Ordinate French Fries? Turisti. Ordinate un saté? Siete sulla buona strada. Volete stupire il fiammingo di turno? Chiedete senza vergogna una ‘Groot Frietjes alstublieft, met kruiden’: avete appena chiesto delle patatine speziate. Già, perché un elemento fondamentale della cucina fiamminga sono proprio le spezie: quali, nessuno lo sa. Non c’è, come per le altre nazioni, una spezia identificativa. Si tratta di mix come ‘Chili en paprika’(piccante) ‘Kipkruiden’ (spezie per il pollo, a base di pepe), Pepermix (miscela di pepe, sì il pepe è un elemento fondamentale della cucina belga). Concludendo, tutto ciò che è un po’ piccante e non ben identificabile è qualificato come “spezia fiamminga”. Si vede che la nazionalizzazione in ambito spezie è una costante: come quella volta che Joris mi chiese di portargli le famose “autentiche spezie italiane” dall’Italia. 

Carne da macello

Flush flush flush

Il fruscìo del sale tritato e sgranellato finemente a cascata…

Ordinate fricandelles? Siete masochisti, chissà che c’è dentro! Un triangolino? Non volete sapere quale sia il misterioso ingrediente del mix di carote, cipolla e pasta morbida. E ancora garnaalkroketten, crocchette di gamberi, bitterballen, letteralmente “le palline amare” (misteriose crocchette di carne lessa), curryworst, “wurstel al curry”, meglio ancora se nella variante “speciaal” (pollo, macinato, uovo, pangrattato, aglio e cipolla mixati insieme con aggiunta di ‘spezie fiamminghe’). Ordinate una boulette? Siete certamente valloni sotto copertura.

Salse is the new ambrosia

Squiz squiz squiz

La salsa spremuta dal dispenser, come una spuma di gel sulla permanente appena fatta.

Mentre siete ancora imbambolati nel capire se mai vi lancerete al di fuori del vostro “una frite e basta” (ordine che, fra gli amici, vi stanerà subito come neoimmigrati: “ma come, per te niente carne?”, e voi non sapete proprio come dirglielo che il nome “carne” vi sembra un po’ generoso), ecco il momento più bello dell’esperienza: quello in cui l’inserviente scola le patatine nell’altro cesto, fa sgocciolare (ma non troppo) il grasso in eccedenza, le riversa in un grande paniere a forma di cono, le fa saltare ancora quattro o cinque volte nel sale. Il suono dell’attrito delle patatine a contatto con l’alluminio produce una musica unica per le orecchie, e l’effetto setaccio che vi farà sbavare fino a casa. 

Un cono è per sempre

Craft craft craft

Lo sfrigolio della carta che avvolge generosamente la vaschetta, pronta per essere portata via, come l’incarto di un meraviglioso mazzo di fiori.

Bene, siete pronti: prelevate il vostro ordine dal banco. Attenzione però: le patatine scottano, quindi afferrate con cautele il sacchetto, appositamente bucherellato affinché il calore non le afflosci. Se avete scelto l’opzione da passeggio uscirete col famoso cono. Che aspettate? Avete già riempito i ciotolini di salsa samurai, curry ketchup, pepersaus, tartara, americana, all’aglio, al barbecue? Ah non sapevate di poterscegliere fra così tante? Beh, troppo tardi…. 

Infine, non fa alcuna differenza quale misura di frietes avrete ordinato: saranno sempre troppe. Leggenda narra che a un italiano che riuscì a finire la sua porzione di grote frites sia comparso Obelix in persona, a profetizzargli l’imminente occlusione delle coronarie.

Winter is coming

Winter is coming

In una botte di freddo

Arrivai in Belgio il 23 febbraio 2012.

Mi ero preparata per settimane a quell’importante momento: sapevo che avrei dovuto affrontare il caos linguistico, la sfida immobiliare, l’assenza di volti conosciuti, persino l’adattamento gastronomico. Ingenuamente, credevo di essere pronta anche alle temperature nordiche e il freddo inverno belga. Ero, come tutti i migranti, destinata ad essere disillusa quanto Bugo al Festival di Sanremo ‘20.

Crioterapia e Cocito

Il ricordo del freddo di quei primi giorni è talmente scolpito nella mia memoria che, ancora adesso, al solo pensiero mi vengono tre dita di pelle d’oca e un brivido lungo la spina dorsale. Giuro, sarà stato che non ero pronta, sarà stato l’entusiasmo deluso, sarà che non conoscevo il sapiente uso delle pancere e dei collant a 280 denari, ma sono certa di non aver mai sentito più freddo in vita mia. Al secondo posto ci metto solo il safari in Botswana su una jeep scoperta, alle 5 del mattino, con 3 gradi, vestita con una canottiera e degli shorts; a seguire, il trattamento alla crioterapia che mi regalò un’amica prima del matrimonio. Fra parentesi: se pensate che la ceretta inguinale o la spremitura pori rientrino fra le sofferenze estetiche peggiori, è evidente che non avete mai provato la crioterapia. Se Dante fosse vissuto oggi, non avrebbe posto Bruto, Cassio e Giuda nel Cocito, ma nella vasca crioterapica del Salon de Beautè.

Ho il naso gelato…

Dicevo, resta un dato di fatto: al primo posto per me c’è comunque l’inverno del 2012 nelle Fiandre. In Italia venne giù una nevicata memorabile, di quelle da far chiudere le scuole per settimane. Mentre mi arrivavano le foto del Nettuno innevato, i colli bolognesi diventavano immacolate piste per gli slittini, le macchine parcheggiate degli igloo arrotondati, io mi barcamenavo per Leuven, rimpiangendo di non aver messo in valigia del grasso di foca. Ecco, io, in quei primi giorni in Belgio, a chiunque mi chiedesse come andava, rispondevo balbettando la famosa scena della Carica dei 101, col cuccioli che cammina controvento in una tempesta neve: “ho il naso gelato, la coda gelata, le orecchie gelate, le zampe gelate”…

Una dose di buriana, grazie

Immaginate un freddo così pungente e penetrante che vi faccia persino dubitare – Dio, perdonami per quello che sto per dire- della tenuta del Woolrich col pelo.

Quel freddo che vi fa rimpiangere di aver buttato i calzettoni di lana fatti a maglia dalla zia Pina.

I dorsi delle mani che si spaccano fino a sanguinare, nonostante l’Eucerin spalmata come se non ci fosse un domani.

L’aria così pungente che i vostri bronchi inalano, a ogni respiro, l’equivalente di un pacchetto di Ricola all’Eucalipto e Vick Vaporub messi insieme.

La sensazione di camminare pari a quella che si prova tenendo due ghiacci istantanei al posto degli adduttori.

Le calzamaglie pesanti da sci, i geloni alle dita dei piedi, il viso immobilizzato sulla stessa espressione. Il naso perennemente viola, colante.

A un certo punto penserete che non siete progettati per reggere le temperature nordiche: niente, deve essere qualcosa che non rientra nel vostro DNA, come a dire: non c’avete proprio gli anticorpi. Ci vorrebbe un vaccino contro il freddo belga: una dose di buriana, un po’ di cellule antipioggia, linfociti con i Moonboots, insomma, robe così. Magari, passato il Coronavirus, lo proponiamo alla Pfizer, può essere una valida idea di marketing.

Beyond the Wall

Questo è stato il mio approccio con il Belgio.

Le serate in cui tornavo a Leuven, mesta mesta sul mio bus delle 22.04, sembravano finire in una lunga nube di foschia gelida, in cui anche i pensieri mi si paralizzavano mentre le dita si staccavano dentro i guanti, tipo Polaretti Dolfin. In fondo alla strada, quando finalmente infilavo le chiavi sulla porta dell’androne, mi sentivo come John Snow ale porte della barriera, scampato all’ennesimo attacco dei White Walkers. Ecco, io a quei -14 gradi pensai di non sopravvivere, che non ci sarebbe stato un secondo inverno in Belgio. E invece il primo si rivelò solo essere “il più freddo degli ultimi 50 anni”.

Joris rientrava con la bicicletta alle 22, indossando il suo miglior sorriso e un semplice un giubbotto di pelle. Lui bel bello, guance un po’ arrossate e quello sguardo da “il piumino è solo un accessorio antipolvere”, faceva fatica a distinguere l’ammasso di vestaglie, tisane e scaldamuscoli che trovava sul suo divano. Naturalmente ero io che, abbarbicata al termosifone, maledicevo il Belgio e il vento nordico, mentre lui mi apostrofava ridendo “Ma cosa vuoi che sia, per un po’ di freschino!”.

La vendetta è fredda (?)

Ah, ma ho avuto la mia vendetta. Qualche giorno prima del nostro matrimonio, da me sadicamente pianificato il 6 luglio in Italia (tanto per essere sicuri di non aver problemi con l’abito scollato, il ricevimento all’aperto, le foto nei campi di fiori ecc.), le previsioni davano 42 gradi e un Libeccio da far impallidire un beduino. Joris consultava compulsivamente ilmeteo.it, mentre si accaparrava ventilatori portatili da imboscare nel taschino del black tie e sniffava dosi massicce di Polase. Ma io a quel punto lo apostrofavo ridendo: “Ma cosa vuoi che sia, per un po’ di caldino…”

Perchè la vendetta contro un belga non può che essere servita calda.

50 sfumature di grigio

50 sfumature di grigio

Il meteo in Belgio

Aprite gli occhi, vi girate verso la luce che filtra dalla finestra. Goccioline invisibili decorano il vetro della vostra stanza. Pioviggina: e fin qui, nulla di strano per il meteo in Belgio. Il barometro segna 5 gradi, temperatura altrettanto normale ad aprile, se non addirittura ottimista. Perciò vi vestite utilizzando quei soliti tre capi che vivono ormai di vita propria, appoggiati sulla sedia della camera: maglia a maniche lunghe, pullover, giacchetta leggera, impermeabile waterproof, cappellino.

Waterproof is a state of mind

Attenzione, ho detto cappellino.

Se in Italia eravate del team “il cappello mi fa sembrare Sampei, non Audrey Hepburn”, da quando vivete in Belgio avete riscoperto l’utilità di un capo che credevate adatto solo ai matrimoni inglesi. Peccato che qui non stiamo parlando di Borsalino color pervinca od eucalipto, quanto piuttosto di un modello trovato nell’uovo di Pasqua del ’99. Un pork-pie nero, con fodera arancione, lucido, tascabile e pieghevole. Perché? Perché è WATERPROOF.

Già dopo vostro primo mese in Belgio avevate capito che l’ombrello è una suppellettile pratico quanto un’oliera da tavola regalata alla suocera fiamminga: il suo inutilizzo è pressoché garantito. I Belgi NON usano l’ombrello. Hanno la giacca waterproof, il cappellino waterproof, il coprizaino waterproof, persino il sellino copribici waterproof, ma l’ombrello non rientra nella dotazione dell’abbigliamento tipico. Del resto, a che servirebbe un ombrello in un Paese dove piove solo più di 200 giorni all’anno?

Dal lato sbagliato di Narnia

Abbandonata l’idea di sfoderare un look da coniglio pasquale, uscite quindi vestiti nel solito modo, ma con un tocco impavido, il pantalone di raso: dopotutto è primavera!

… Una raffica di vento vi investe, facendovi volare via il pork-pie, stampandovi la mutanda sul culo e appiccicandovi tutti i capelli al lucidalabbra (ora ricordate perché il 90% delle belghe non utilizzi il make-up). Procedete comunque imperterriti verso la fermata dell’autobus, sentendovi come Pimpy nell’episodio in cui Winnie the Pooh deve recuperarlo dall’impiglio dei rami. Raggiunta la stazione con uno sforzo sisifico, percorrete il sottopassaggio che vi porta al binario del treno. Ma attenzione: sbucando dal tunnel, nel tempo del salto di una ranocchia vedrete che le nuvole avranno lasciato spazio a un cielo leggermente velato.

Mentre vi chiedete se non abitiate al lato sbagliato di Narnia, vi mettete col viso quanto meno esposto al sole, nella speranza di colmare il deficit di vitamina D. Peccato che qui il sole “splenda”, nell’unica accezione nordeuropea del verbo, ovvero “campeggia nel cielo un disco pallidissimo che emana luce senza scaldare”. Non importa, voi siete così commossi che iniziate timidamente a sudare dall’agitazione. Il barometro segna ora 13 gradi. Vi sfiora l’idea di togliervi uno dei famosi strati “a cipolla”, quando, ad un tratto, assistete al miracolo belga.

Miracolo belga

Definiamo “miracolo belga” il verificarsi di quella condizione atmosferica tale per cui a un repentino e raro mutamento meteorologico corrisponde un proporzionale fenomeno antropologico-sociale, che qui chiameremo per semplicità “tana libera tutti”.

“Tana liberi tutti” funziona così: ristoranti che spalancano le verande come ali di pellicani, tovaglie a quadrettoni bianchi e rossi che si spiegano sui dehors, tavolini all’aperto che compaiono con la velocità di una tenda Quechua da lancio. Ci manca solo Biancaneve con la torta di mele e un’aureola di uccellini, e penserete davvero di aver battuto la testa.

Nel tempo in cui vi sarete tolti il famoso strato, le strade, i parchi, le aiuole saranno più gremite di un bazar marocchino: orde di universitari si sono già riversati a fiotti sulle vie cittadine, masnade di uomini in giacca e cravatta hanno abbandonato gli uffici, e c’è persino chi si arrotola le maniche e leva le scarpe con l’intento di prendere sole sull’erba. I Belgi sembrano infatti sempre alla ricerca di un nuovo record: aver raggiunto un incarnato da aragosta nel minor tempo possibile.

A piedi nudi nel parco

Mentre vi chiedete se “A piedi nudi nel parco” sia il titolo di un film o uno stile di vita, vi sentite un po’ pirla a esitare a togliervi il foularino salva-gola. Ma state certi che, quando lo farete, vi arriverà fra capo e collo una scarica di grandine. E non provate a lamentarvi ora per quel fastidioso ticchettio di palline grandi quanto i pisellini Findus! Saranno ben meglio dei chicchi grossi come olive, tipici delle grandinate italiane di Ferragosto…?

Del resto, il lato positivo della variabilità metereologica belga è proprio questo: raramente qui un fenomeno atmosferico raggiunge gli eccessi. Niente monsoni, temporali estivi, bufere di neve o caldi torridi. Su tutto regna l’imperante, incombente ma rassicurante grigiume, le cui nuances oscillano fra l’ardesia e l’occhio di talpa, l’antracite e il color pongazza.

Cinquanta sfumature di grigio

Perché GRIGIO è uno state of mind, in Belgio. Nemmeno l’aruspice di Ottaviano Augusto sarebbe in grado di indentificare l’ora del giorno o il mese dell’anno osservando la volta celeste. Il grigiume è una sorta di cappa onnipresente, che rende impossibile definire stagione o ora. È così che, nell’arco di una giornata, avrete preso un po’ di pioggia, un bel po’ di vento, un po’ di sole, un po’ di grandine.

And repeat.

Mentre rincaserete imprecando perché il vostro pantalone setoso si è di nuovo chiazzato più rapidamente di un bambino con la varicella, avrete ben chiari tre precisi assiomi:

  1. i fiamminghi sanno godere di ogni raggio di sole più in fretta di quanto non sappiano scolarsi una pintje. In pratica funzionano a sistema fotovoltaico.
  2. Cinquanta sfumature di grigio” non è il nome di un celebre romanzo soft-porn, ma la definizione dell’orizzonte belga per i secoli dei secoli a venire, amen.
  3. Non importa come si è vestito: ogni mattina un italiano in Belgio si alza e sa che tornerà a casa bagnato.

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