Riccioli d'Oro nelle Fiandre

Riccioli d’Oro nelle Fiandre

Pane, amore e fantasia

Pane, amore e fantasia

Il pane “tipico”

 

Ordinare del pane nelle Fiandre per un italiano è come ordinare un caffè in Italia per un fiammingo: si crede che sia un’operazione semplice, si incappa in una serie di domande inaspettate, e si finisce per uscire con una crostata alle more al posto del pane in cassetta.

In una panetteria fiamminga la prima sfida è rimanere lucidi: provateci voi, con le narici tempestate dalla fragranza delle pagnotte, inebriate dall’aroma dolciastro della crema chantilly. (La seconda sfida è quella di non chiamarla ‘chantilly’ davanti a loro, perché per i fiamminghi si tratta di ‘pudding’, con buona pace degli Inglesi). Mentre, completamente storditi, starete cercando di mettere a fuoco la quantità e la qualità del pane, un’efficientissima commessa dal capello corto vi accoglierà con un “Mevrouw….?”[1]dal tono così imperativo che vi farà sentire già in difetto.

Mille gusti più uno

 

In Belgio non c’è tempo per le chiacchiere dal panettiere. E così, mentre ancora cercate di ricordare e decifrare il tipo di pane che avete comprato l’ultima volta, vi troverete a non saper scegliere fra la forma (grande o piccolo, rettangolare o quadrato, tondo, oblungo, elicoidale); il tipo di farina (bianca, grigia, bruna, integrale, color collezione Armani 2018 altresì nota come Tortora ambrosiana); il condimento (multigrani, multisemi, multicereali, multi-quella cosa lì che a me sembrano formiche), il tipo di semi (di papavero, di zucca, di noci, pinoli o quel “becchime per uccelli, grazie”). Per finire, avete pure quegli aggettivi accessori che son un po’ come le spezie: sai che esistono gli abbinamenti perfetti, ma alla fine li usi sempre un po’ a cazzo. Sto parlando di “speciale”, “del contadino”, e il tanto misterioso quanto celebre “pane tigrato”.

Pane Geppetto

 

Certo, potreste anche ordinare il salvifico “houthakkers brood”, il “pane del falegname”. Pane Geppetto, come lo chiamavo io. Semplice, pulito lineare. Si tratta di un pane che, come dice Joris “ha scopato una baguette francese”- attenzione, mai pronunciare la parola baguette nelle Fiandre: se proprio la vorrete, vi daranno uno “stokbroodche sì, è esattamente la stessa cosa, ma con l’unico nome consentito. Ve la serviranno con un sorriso che tradisce l’invito a infilarvelo in posti dove non batte il sole, perché vuoi mettere un pane vallone contro uno fiammingo?

Dicevamo: il pane Geppetto è il più semplice perché non ha aggettivi aggiunti. Bene, provate prima a pronunciarlo correttamente, poi mi farete sapere se è così facile. Solo una volta, grazie al solito metodo “post-it appiccicato sul cellulare”, sono riuscita a ordinare tutto d’uno fiato il seguente mantra: ‘PANE DEL CONTADINO GRIGIO, RETTANGOLARE, TIGRATO, MULTI-CEREALI MA SENZA NOCI E CON SEMI DI ZUCCA, DOPPIAMENTE COTTO, GRAZIE”. Naturalmente ho dimenticato di chiedere ‘non tagliato’.

Ora.

Chiedere il pane tipico belga “non tagliato in comode fette dallo spessore maniacalmente perfetto” equivale a comprare un’auto senza volante: sembra che i fiamminghi non possano poi usarlo. Se volete fare gli originali, tanto vale tingetevi le sopracciglia di rosa, ma NON comprate il pane non affettato! Il fiammingo a cui lo servirete vi guarderà come si guarda chi esce dall’Ikea col carrello vuoto, ovvero come se foste un marziano.

Affettatrici e sacchetti

 

Quella volta, infatti, che ho osato chiedere il pane tipico “non affettato” ho avuto la sensazione che l’intero negozio si fermasse e mi guardasse con aria sospetta. E dire che ci avevo messo tutto il mio impegno a imparare la pronuncia del participio passato del verbo hakken. Ero entrata, avevo guardato il mio post-it come si guarda l’immagine della Beata Vergine di San Luca, avevo preso fiato e coraggio e ordinato un “brood niet gehakt!

A giudicare dal silenzio calato di botto, pensavo di aver fatto un Saluto al Fuhrer.

Incartai furtivamente la mia pagnotta e corsi a casa nella vergogna più totale. Quando pensavo di averla ormai scampata, intravidi lo stesso sguardo riprovevole sul volto dell’amico che ospitavamo a cena. Servo il pane al centro del tavolo nel mio bel portapane Mulino Bianco. Accosto il coltello con la sega della collezione Bastianich. Incalzo l’amico a servirsi quanto pane preferisce. Costui inarca il sopracciglio e con un misto fra la preoccupazione e l’orrore si rivolge a Joris: “Ma il pane non è tagliato!!!” … Ancora oggi per lui sono “l’italiana strana che non fa affettare il pane”.

Quindi, datemi retta: individuate un pane facile da pronunciare, fatevelo tagliare dal panettiere, fatevelo imbustare in quel sacchettone trasparente che producono solo il Belgio -non può che essere così, visto che gode dell’ ossimoro “ti conservo il pane fresco e asciutto ma mi rompo appena un italiano mi sfiora”.

E no, non provate nemmeno a pensare di riuscire a conservarlo integri: anni e anni di training non vi daranno MAI il tocco giusto. Questa dote è riservata solo al FDN (Fiammingo Di Nascita), che saprà non solo scegliere e acquistare un pane multiaccessoriato in pochi secondi a seconda del languorino, ma saprà anche richiudere il sacchetto ad arte.

Arrotolerà i lembi,  farà uscire tutta l’aria, vi guarderà sornione e sospirerà fiero: “Il nostro pane tipico, così semplice e genuino!”

[1]Equivalente al nostro “Signora…?”, anche conosciuto nella variante ‘A chi toccaaaaa?’, dispiegato a larghi decibel nelle pasticcerie emiliane.

Surgelati senza frontiere

Surgelati senza frontiere

Se volete farvi un’idea della logica fiamminga non serve effettuare un tour delle Fiandre, basta farne uno nel reparto freezer del Colruyt.

Croccantini per gatti e detersivi per piatti, tè alla pesca con le bollicine, carta igienica formato riserva Covid, frutta secca e assorbenti: troverete tutto assortito in questo ordine, con una disposizione che rispetta la logica del Cappellaio Matto e un’esposizione proporzionale all’imprevedibilità. Filo da sarta? Accanto alle noci. Guanti da giardinaggio? Dopo i succhi di frutta. Punto a favore sono i gustosi snack a distribuzione gratuita, dove si offrono alle vostre dita, in maniera del tutto inattesa, quantità illimitate di chips al chili, Tuc al pepe nero, olive marinate all’aglio, morsetti di biscotti. Ovviamente non saprete resistere, e alla fine del giro vi sentirete come un babbo Natale dentro la palla di vetro quando un bambino si diverte a scuoterla.

Il caffè belga

Naturalmente, l’assaggino a cui non si può mai resistere è quello del caffè caldo.

L’illusione del sapore di casa, la sensazione di tepore lungo l’esofago, il tutto in un supermercato che, per atmosfera, rasenta quella di un bunker russo nella guerra fredda? Una combo irresistibile. Gli italiani ci cascano tutti, ma proprio tutti, epperò una volta sola. Si renderanno conto infatti troppo tardi che il tepore è piuttosto un’ondata di calore pari a quella di Pompei prima dell’eruzione vesuviana. Del resto, la sfumatura della brodaglia color acquerello marrone intinto nel bicchiere avrebbe dovuto mettevi in guardia, eppure…

Proseguite così mesti mesti verso la corsia “cartoleria per la scuola e decorazioni natalizie”, solo perché sapete che lì ci sono le noccioline d’arachidi al wasabi all you can eat.

Made in Italy

Fra pasta Benito e ragù ItaliaMo -mi stupisco sempre della mancanza dell’olio Balilla- sarete finalmente giunti al banco frigo, il cui trionfale ingresso è preceduto da una porta con frange di plastica, che fanno tanto forno bolognese anni Sessanta.

Il motivo della porta a fronzoli vi sfugge finché non agguantate il primo pomodoro a sinistra. La temperatura, nella zona frutta e verdura, si aggira fra i -5 e +2 gradi. In pratica vi ritrovate in un gigantesco igloo. Nel cesto dei fagiolini, il rischio che vi si stacchi una falange è reale; all’altezza delle mozzarelle, vi renderete conto che non appartenete più alla specie dei primati dal pugno opponibile. Mentre iniziate quindi la corsa contro il tempo per non andare in ipotermia, una decina di bambini vi sarà passata accanto in canottiera e sandalini (in qualunque stagione, del resto la stagionalità in Belgio è una convenzione del calendario).

Decidete rapidamente che no, le zucchine non sono poi così fresche, che gli asparagi stanno troppo in alto, che i pomodori sono troppo pallidi e pesche troppo dure; le mele vanno benissimo confezionate e gli yogurt al gusto “melangrana e avocado”. In pratica, da quando vivrete in Belgio inizierete a mangiare con la varietà della mensa delle scuole elementari ma con gusti ed accostamenti esotici; per contro, avrete assaggiato ogni variante di Philadelphia possibile -giacchè, complice la fretta, la probabilità che afferriate quello “normale” è pari a zero.

Percorso a ortaggi

E così per necessità o virtù, diventerete campioni settimanali di “corsa alla spesa”.  Con un paziente allenamento progressivo, io sono arrivata a un record di un minuto e 47 secondi di permanenza nella cella iperbarica.

Di seguito i miei accorgimenti collaudati negli anni: giubbotto da sci legato in vita; passamontagna; carrello pronto all’uscita dell’area frigo; sacchettini per le verdure portati da casa; polpastrello inumiditi -sia mai che le buste di plastica si incollino fra loro! Ma soprattutto, immancabile è aver studiato il “percorso a ortaggi”, meglio se progettato sulla cartina mentalmente ricreata a casa e imparata a memoria. Il risultato migliore ovviamente si raggiunge in due: a quel punto la poca dispersione di calore corporeo è garantita. Ricordo serate con Joris passate a studiare il piano come una rapina in una banca. Poi si va in azione. Ci si apposta fuori e si ripassa tutto: “mentre io agguanto le banane, tu afferri le uova; con l’altra mano impili gli affettati sulla testa alla maniera africana, e in un colpo solo riesci a prendere anche i limoni formato famiglia, così siamo a posto per il resto del mese. Se non ti fai distrarre dagli assaggini di formaggio, ne siamo fuori incolumi”.

E’ da quando sto con Joris che ho capito perché a “Giochi senza frontiere” il Belgio arrivava sempre primo nelle gare a tempo.

In macelleria: moduli e polpette

In macelleria: moduli e polpette

 Non si capisce perché, ma i fiamminghi hanno una predilezione per le corsie strette.

In autostrada, quando i SUV ti sorpassano ai 150 all’ora, sembra che facciano a gara per arrotarti gli specchietti; nelle vie cittadine, dove le auto sono parcheggiate a lato della strada, guidare diventa una gincana fra soste, attese e un gran gesticolare, che prima di aver capito chi ha diritto di precedenza si fa in tempo ad ottenere la cittadinanza belga. Non fa una piega, quindi, che anche al supermercato le corsie siano più strette della larghezza di due carrelli. Ne consegue che guidare un carrello al Colruyt significhi varcare un Mezzogiorno di Fuoco, ogni volta che in corsia si incontra qualcuno proveniente dal senso opposto di marcia.

Vi apprestate a iniziare la vostra spesa armati di buone intenzioni e con i polsi ben saldi. Alla corsia uno siete tutti un sorriso, un “prego passi pure”, più docili di Fra’ Cristoforo. Alla corsia tre già siete leggermente irritati con la donna sulla cinquantina che sta leggendo la lista degli ingredienti delle confezioni di biscotti da più di dodici minuti. Alla corsia cinque siete tentati di affondare le mani nei cesti delle praline e aprirvi un varco a furia di sassate. Ma ammettiamo che riusciate a mantenere una velocità di crociera di 0,5 km all’ora, che non abbiate incastrato il vostro carrello in quello di un altro, e che siate passati indenni lungo le prime tre corsie di alcoolici senza ubriacarvi con gli shottini: vi troverete così nel reparto “Beenhouwerij”, macelleria.

La carne, orgoglio nazionale

La carne: il grande orgoglio nazionale belga, se escludiamo frites-birra-cioccolato (a meno che non abbiate un fegato allenato come il loro, è impossibile sopravvivere con questa triade). Al banco carne troverete hamburger di fresca pressa, costate di manzo grandi quanto il relitto del veliero di Jack Sparrow, distese di salsicce ordinatamente riposte tipo i 56 Stabilo nelle valigette Giotto, bisteccone alla Flintstones, tagliate al pepe verde, rosa, nero… insomma, un ben di dio così fresco da mettere alla prova il primo dei vegetariani. Il tutto viene sezionato sotto i vostri occhi ma non confezionato, perché il Belgio è plastic-free da tempo. I numerosi macellai si adoperano al di là del banco con un fare assorto; in sottofondo si ode il ronzio affilato delle affettatrici e il tonfo sordo dei batticarne. Ma l’udito è prontamente sopraffatto dalla vista degli stuzzichini-omaggio. Mi avvicino con l’acquolina in bocca, mentre alla memoria affiorano ricordi di quando accompagnavo mia nonna in macelleria solo per avere i salamini gratis (naturalmente finiva che mi rimpinzavo le guance con cubetti di mortadella dal bancone quando nessuno guardava, ma questa è un’altra storia). Ecco che la mia aspettativa è ben presto delusa: gli stecchini, qui, mostrano grossi wurstel bianchi infilzati, salsicce puntinate di dubbi pallini neri, salse sconosciute. Passo oltre con lo sguardo sconsolato e deluso.

“Dit” e “dat”

Staziono al banco della carne in attesa che qualcuno mi serva, mentre mi ripeto come un mantra la corretta pronuncia di dit dat (“questo” e “quello”, le parole fondamentali per procacciarsi cibo se non conosci ancora la lingua). Verifico anche che il mio dito punti sul vetro nella direzione giusta: si sa mai che mi porti a casa una lingua di toro al posto del petto di pollo. Solo dopo esser stata ignorata per un quarto d’ora abbondante, mi accorgo che ci sono degli appositi scrittoi in un angolino: ogni tanto vedo qualcuno che si accosta, scribacchia un foglio che credevo essere il flyer delle offerte, lo appoggia ripiegato su una pila e se ne va ordinatamente. Mi rendo conto che l’oggetto della silenziosa processione è un apposito volantino per gli ordini– se volantino si può chiamare un modulo che, dispiegato, ha le dimensioni di un aquilone. Per una che suda quando deve ripiegare una scheda elettorale, non vi dico l’ansia da prestazione: quando finalmente riesco a cimentarmi col modulo gigante, mi trovo davanti a una marea di codici che non avevo mai visto nemmeno al ristorante giapponese. Non c’è uno straccio di immagine, sembra il codice di Hammurabi. Ed è così che, andando a casaccio con le mie basi di inglese, francese e tedesco, intuisco che le categorie debbono essere qualcosa tipo ‘volatili’, ‘carne di manzo e maiale’ e ‘preparati’. Il resto però, rimane un mistero.

Caccia primordiale

Procacciarsi una bistecca in Belgio è diventata così un’impresa durata mesi. La prima volta ho effettuato un ordine tenendo aperto Google translator e Google immagini sul cellulare, incappando allegramente in foto di carcasse di animali morti e petizioni a sostegno delle foche artiche. Dopo questa fatica, proprio quando credevo di esser riuscita nell’impresa, mi sono resa conto che il numeretto preso all’eliminacode andava trascritto sul modulone e conservato debitamente sul carrello per il ritiro (ricordate la clip-porta spesa? ecco a cosa serviva!). La cantilena che risuonava ogni due minuti in tutte le corsie altro non era che nome e numero dei clienti con ordini piazzati al banco: per me, naturalmente, non era che una litania senza significato. Senza contare che il numeretto lo avevo accartocciato con la gomma da masticare, quindi non mi era rimasto che scappare velocemente in cassa, abbandonando clandestinamente il mio ordine al suo destino.

La seconda volta è stata mesi dopo, dopo aver pazientemente accettato i tempi tecnici per conoscere i numeri in olandese. Cosa non scontata, visto che le cifre suonano al nostro orecchio come un ottovolante di gutturali, soprattutto perché sono pronunciate al contrario (prima l’unità poi la decina). Quando finalmente credetti di essere in grado di interpretare la voce dell’altoparlante, presi coraggio e ordinai sul famoso modulone 300gr di prosciutto cotto pensando “HAM è facile, come in inglese, chi mi frega a me?”. Risultato: tornai a casa con 300 grammi di prosciutto tagliati in un’unica fetta.

Per la terza volta dovevo avere tutto sotto controllo: al corso di olandese ci avevano fornito il vocabolario gastronomico, avevamo giocato “al supermercato” con le carte da memory, padroneggiavo tutte le formule di cortesia, sapevo a memoria i dialoghi. Mi sentivo in una botte di ferro, ma, per star sicura, mi ero portata da casa anche un post-it appiccicato sul portafoglio con tutti i nomi dei vari tipi di insaccati e di carne. Mi sono lanciai quindi in “500 gr di carne di manzo, tagliato sottile per favore”. Già salterellavo per le corsie pregustandomi una cena a base di straccetti all’aceto balsamico, quando mi sentii ripetutamente chiamare all’altoparlante del supermercato: “La signora ROSSA è desiderata al banco carne”. Dal tono, pensavo mi estradassero. Mi sentii apostrofare che il mio ordine era “fuori standard” perché “la carne tagliata sottile non è possibile averla.” “Perché?” “Perché tagliarla sottile è pericoloso per l’operatore.”

E quindi è finita che ho mangiato nuggets di pollo surgelati per mesi, che il kebabbaro sotto casa mi ha fatto la tessera fedeltà e che, al mio primo rientro in Italia, mi sono letteralmente commossa davanti al banco carne dell’Esselunga.

Certo, sarà anche vero che la carne fiamminga è più tenera della nostra, il punto è che è più facile procurarsela cacciando una lepre con una balestra.

Imbustatori seriali e ladri di carrelli

Imbustatori seriali e ladri di carrelli

“La prima spesa in un paese straniero è sempre un’esperienza esilarante”, disse l’amico fiammingo venuto a recuperarmi da quella situazione imbarazzante, tentando così di porre rimedio alla mia cocente vergogna.

Prendi Lovanio e il parcheggio di un supermercato della periferia neanche troppo lontano da casa, ma abbastanza da dover chiedere aiuto. Prendi una povera italiana, abituata al piacere genuino del fare la spesa in un mercato di piazza o in un supermercato decisamente user-friendly. Unisci la rigidità delle norme non scritte belghe e l’efficienza fiamminga, e otterrai un’equazione imprevedibile: come restare ostaggio di un carrello.

La mia prima spesa all’estero non si concludeva con l’orgoglio di chi ha appena fieramente avviato una nuova quotidianità; niente espressioni incuriosite davanti a confezioni in una lingua sconosciuta, niente foto inviate ai connazionali per sbeffeggiare il tale affettato bislacco, piuttosto, una sconsolata neoimmigrata inchiodata al marciapiede di un parcheggio, con una montagna di provviste bastevoli per un paio di legioni romane e un carrello dietro il quale tentare di nascondersi. Mi era toccato di scoprire così che quella che in Italia è una normale abitudine -portarsi fino a casa il carrello del supermercato- in Belgio è considerato un tentativo di furto.

Col-rutto?

Ma andiamo con ordine. In terra belga esistono diversi tipi di supermercato: Carrefour, Delhaize, Aldi, Lidl, Albert Hein. A ognuno di questi corrisponde uno specifico tipo di cliente, a sua volta rispecchiata nell’esposizione della merce nel punto vendita.

Il numero 1 nelle classifiche di mercato e nella testa dei fiamminghi è certamente il Colroyt. Ora, vuoi per la nota avversione di un italiano alle consonanti laringali, vuoi per l’irresistibile piacere che proviamo nello storpiare tutto ciòche non suona abbastanza vocalico, il suddetto nome impronunciabile è diventato nel gergo di chi mi ha preceduto lo sdrucciolo COLEOTTERO, il dattilico COLRUTTO e per finire il meno prosaico CULO ROTTO, in un’escalation di degradazione verbale direttamente proporzionale al grado di frustrazione che ti sale quando ci fai la spesa. Il Colruyt è il supermercato fiammingo per eccellenza quanto a qualità, logica d’esposizione, tipologia dei prodotti. Come dice una mia cara amica connazionale emigrata, la verdura più venduta e rintracciabile in diverse specie e prezzi è la patata: tutto ciò che non è patata viene considerato esotico. Ma naturalmente è proprio in questo supermercato che sono stata indirizzata dagli amici fiamminghi che mi ospitavano per la prima spesa d’emergenza, sulle note d’entusiasmo di “è vicino, è di qualità ed è il più economico in assoluto!”.

Carrelli e pulcini

Cominciamo dal carrello. I carrelli sono lunghi un metro e mezzo e hanno il comodo asse ‘poggia-birre’, che in alternativa può essere usato come poggia-bambino. Non è infatti raro vedere Madre Fiamminga con trio di pargoletti biondo pulcino (il piccolo seduto al posto-bambino, quello in Italia più spesso utilizzato per la borsa, gli altri due rannicchiati sotto nell’apposito vano); in alternativa, se ci si imbatte nella variante Padre Fiammingo, in genere i bambini seguono il carrello a piedi, essendo questo debitamente riempito di casse di birra.

Altra peculiarità: la clip ‘porta-lista’. Perché fare la spesa è, come tutto il resto delle azioni di base della vita di un fiammingo, un’attività da svolgere in modo efficiente. Dimenticate il nostro girovagare per le corsie con il naso per aria: sarete immediatamente apostrofati da un poco gentile Excuseeeeeer[1]con la e prolungata adenotare visibilmente la costernazione per il vostro intralcio, quando non l’irritazione. Probabilmente stavate sostando in cerca di ispirazione? Cosa pensavate di trovare, un sacco di patate in caduta libera, manna dal cielo? Marsch, transitare! Naturalmente, non esistono liste abbandonate nelle apposite clip: e subito penso al cimitero di guanti per la frutta e sacchetti in plastica per la verdura giacenti, ormai cadaveri, nei nostri carrelli Coop. Nessuno, qui, dimentica qualcosa che potrebbe essere d’intralcio per il prossimo: primo segno di civiltà a cui tutti noi Italiani dovremmo inchinarci.

Ma ammettiamo che riusciate ad a raggiungere trionfalmente la cassa, dove cassieri e cassiere vi accoglieranno in piedi. Ora, la postura cui questi poveretti sono costretti dovrebbe già dirvela lunga sul loro umore, ma la pietà si trasformerà ben presto in frustrazione non appena scoprirete l’esilarante politica mantenuta alla cassa. Il vostro carrello pieno deve andare a posizionarsi esattamente accanto a uno vuoto: dovrete collocare le vostre buste già aperte nel carrello vuoto. Da quel momento in poi non vi sarà più dato di toccare la vostra merce (del carrello pieno) che verrà, nell’ordine, sollevata, scannerizzata, trasferita nel carrello vuoto secondo l’ordine arbitrario del cassiere stesso, per essere da lui inscatolata.

Serial shopper

Conosco persone che pagherebbero pur di avere qualcuno che imbusta per loro i prodotti della spesa -la maggior parte uomini probabilmente, nonostante mi risulti che l’unico supermercato italiano ad aver sperimentato il binomio cassiere-imbustatore sia fallito presto, visto che l’invenzione non faceva che allungare le code alle casse. Per me, invece, imbustare alla cassa è un modo per compiacermi dei miei acquisti, per sfogare il mio istinto compulsivo, per sfidare la velocità del cassiere in un agone all’ultimo sangue. Sì, se c’è una cosa su cui io sono vagamente seriale è proprio la sistemazione della spesa, in frigorifero come al supermercato. Ho il mio sistema: non esco mai senza la borsa per i prodotti frigo, quelli per i surgelti, quella per il ‘resto’ e infine i cartoni per le bibite. E’ una questione di principio, mi basta sentire il “beep” del primo prodotto e mi sale la competizione prepotente: più il cassiere passa i prodotti velocemente, più io imbusto a razzo, senza dargli modo di farli accumulare sulla pedanina.

Ecco, per me, non c’è frustrazione più grande di qualcuno che ti imbusta a suo modo la spesa. È come se mi annusassero e scompaginassero un libro appena comprato. È pura violazione del piacere. Eppure i fiamminghi, per evitare il problema di lenti imbustatori seriali, hanno abbinato la comodità alla loro proverbiale efficienza: sono i cassieri a giocare a Tetris con la vostra spesa, senza seguire alcuna logica contenutistica. Ogni prodotto diventerà un semplice tassello del puzzle, una forma interessante unicamente per l’aspetto anatomico. Il latte ha più stabilità da diritto o disteso? La scatola di cornflakes rovesciati o in piedi? E così, addio alla sfida, addio assortimento fuori frigo-dentro frigo, addio funzionalità per lo scaricamento della spesa, altro momento catartico per  noi donne finto indipendenti del XXI secolo: incastra una busta sottobraccio qui, mettine un’altra là, e “no grazie non ho bisogno di aiuto!”- a cui segue un sorriso impacciato e il frantumarsi di 8 uova bio sul cofano dell’auto. Nossignori, al Colroyt la mozzarella finisce in fondo perché “c’è un buchetto”, l’insalata vengono verticalizzata nell’angolino, tutto ciò che ha la forma di parallelepipedo viene impilato in una busta unica, che finisce per pesare quanto otto Rocci nell’edizione del 1920.

Io Jan, tu Mario

Dunque, al mio primo incontro con il cassiere del Colroyt -chiamiamolo genericamente Jan, che è il nostro “Mario”- io ero naturalmente ignara di tutto questo, così come ignoravo il fatto che non esistessero buste acquistabili alla cassa. Il poveretto tentava di spiegarmelo in inglese, ma forse io ero troppo impegnata a cercare di capire come avrei portato a casa tutta quella spesa per poterlo capire. Avevo così agguantato rapidamente cartoni vuoti di birra. Una volta fuori, mi resi conto che tutti quegli scatoloni non avrei ovviamente potuto infilarli sotto il braccio, nè tantomeno portarli a piedi a casa. Di lì a pensare di uscire dal Colroyt con il carrello il lampo fu immedito. E così, mentre varcavo il confine del parcheggio tutta pimpante, fra gli sguardi basiti degli astanti come se stessi facendo nudismo cittadino, assistetti all’agghiacciante sirena del carrello.

Un blocco così, in mezzo alla rampa d’uscita, tipo Willy il coyote quando si spegne la miccia del razzo proprio mentre sorvola il canyon. Il carrello era dotato di sistema antifurto: oltre un certo numero di metri dal supermercato il coso semplicemente frena, diventando più inamovibile del buttafuori del Pineta se non hai la camicia. Inutile dire che, dopo aver tentato di smuovere il maledetto aggeggio col dorso, col tacco, con entrambi gli avambracci, rimasi quasi quaranta minuti a fare la figura dell’italiana imbecille, appoggiata al marciapiede come una piccola, incivile fiammiferaia.

***

Per mesi consumai la mia rivincita. Bastava presentarsi al Colroyt con le buste di plastica dell’Esselunga per suscitare tutta la disapprovazione del nostro cassiere Jan. Perché se in Belgio per fare la spesa vanno per la maggiore le cassette in plastica ripiegabili ed ecologiche, immaginate come le grandi buste della spesa Esselunga spiazzassero tutti i cassieri. E così mi trovavo a sorridere beffardamente di tutti gli Jan e della loro espressione affranta, ogni volta che si cimentavano contro la sfida impossibile delle buste dell’Italiana. Vederli arrancare nel tentativo di fare Tetris con una superficie morbida leniva -anche se di poco- la sensazione di aver fatto la figura della ladrona.

[1]Trad. “Mi scuuuuuuuuusi?”

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